sanità
15 Novembre 2022 In Italia quasi 2,9 milioni di donne avrebbero bisogno di un trattamento anti-osteoporosi, ma il 71% - oltre 2 milioni - non ne ricevono nemmeno uno. Un gap terapeutico rilevato dall'International Osteoporosis Foundation (Iof) nella seconda edizione dello studio Scope
In Italia quasi 2,9 milioni di donne avrebbero bisogno di un trattamento anti-osteoporosi, ma il 71% - oltre 2 milioni - non ne ricevono nemmeno uno. Un gap terapeutico rilevato dall'International Osteoporosis Foundation (Iof) nella seconda edizione dello studio Scope (Scope '21), che entro 12 anni aumenterà di quasi un quarto l'incidenza di fratture da fragilità nel nostro Paese. Il dato è emerso alla presentazione dell'anticorpo monoclonale romosozumab sviluppato da Ucb in collaborazione con Amgen, approvato dall'Agenzia italiana del farmaco Aifa.
"È giunto il momento di interrompere questa spirale negativa e di agire, individuando per tempo i pazienti fragili e trattandoli tempestivamente", esorta Iacopo Chiodini, presidente Siomms (Società italiana dell'osteoporosi, del metabolismo minerale e delle malattie dello scheletro), segnalando la necessità di formare il territorio, oltre che di sensibilizzare le istituzioni a livello regionale e nazionale.
Formulare proposte strategiche condivise sulle fratture da fragilità è l'impegno della Coalizione Frame*, un'alleanza aperta a clinici e associazioni con l'obiettivo di coinvolgere politici e decisori nella lotta all'emergenza ossa fragili. Un problema socio-sanitario ed economico sul quale c'è ancora molto da lavorare anche in termini di consapevolezza, se si pensa ad esempio che "in questo momento un paziente che si frattura non ha esenzioni per patologia: una discriminazione intollerabile rispetto ad altre condizioni che comportano lo stesso rischio di mortalità a un anno", sottolinea Chiodini, professore associato di endocrinologia all'Università Statale di Milano e direttore della Struttura complessa di Endocrinologia dell'Asst Ospedale Niguarda del capoluogo lombardo.
"Oggi il territorio non è pronto a prendere in carico il paziente fratturato" e a farlo "in modo totale, da quando si verifica l'evento frattura al momento del ricovero e a quando viene dimesso, prospettando una prossimità assistenziale e un'indicazione terapeutica o riabilitativa ben precisa", dice Tiziana Nicoletti, responsabile del Coordinamento nazionale Associazioni malati cronici e rari di Cittadinanzattiva. Invece "è necessaria una struttura territoriale in grado di farsene carico. Per questo come primo passo abbiamo redatto uno specifico Pdta", un Percorso diagnostico terapeutico assistenziale ad hoc, "per uniformare in tutta Italia la possibilità di esercitare un diritto da parte dei pazienti".
La malattia ha un grande impatto dal punto di vista socio-sanitario ed economico: nel 2019 sono stati spesi in Italia quasi 9,5 miliardi di euro di cui 5,44 miliardi per i soli costi diretti delle fratture, 3,75 miliardi per la disabilità e lungo termine e 259 milioni per i farmaci.
Una voce, quest'ultima, che pesa "appena il 3%" a dimostrare un "sottotrattamento preoccupante", rimarca Iacopo Chiodini, presidente Siomms (Società italiana dell'osteoporosi, del metabolismo minerale e delle malattie dello scheletro), professore associato di endocrinologia all'Università Statale di Milano e direttore della Struttura complessa di Endocrinologia dell'Asst Ospedale Niguarda del capoluogo lombardo. Un gap terapeutico" ancora più grave considerando che "per le persone che hanno subito una frattura da fragilità il rischio di subirne una seconda è 5 volte più alto", e che "una terapia adeguata è in grado di ridurre questo pericolo fino al 65-70%". Non a caso oggi la raccomandazione di ricorrere a romosozumab nei pazienti a rischio di frattura molto elevato trova supporto anche nelle Linee guida sulle fratture da fragilità pubblicate dall'Istituto superiore di sanità, frutto del lavoro delle principali società scientifiche competenti in materia.
"Quella di romosozumab è per noi una storia affascinante", dichiara Federico Chinni, amministratore delegato di Ucb Pharma Italia. "Nato dalla scoperta della sclerosteosi", una malattia genetica rara caratterizzata da un'iper-crescita delle ossa, "e della sua causa" ossia la sclerostina, questo anticorpo monoclonale anti-osteoporosi "non solo è una novità assoluta nella cura delle fratture da fragilità, già inserita nelle Linee guida dedicate, ma ha modificato l'approccio della presa in carico del paziente fratturato e ha introdotto una nuova strategia terapeutica quale il trattamento sequenziale. Questo traguardo ci rende particolarmente orgogliosi - conclude l'Ad - perché dimostra come i continui sforzi attraverso la ricerca di soluzioni innovative che colmino gli 'unmet need' di alcune patologie possano costituire un concreto aiuto per rispondere alle necessità dei pazienti".
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