Oncologia
13 Febbraio 2026All’evento promosso a Roma da AbbVie con Ail, Fil e Gfil, sono state presentate le ultime frontiere nella cura dei linfomi non Hodgkin e la campagna di sensibilizzazione tramite il sito www.scaccoallinfoma.it

Non una battaglia, ma una partita a scacchi in cui non mancano battute d’arresto e ripartenze. Contro il tumore, il paziente non è e non deve essere solo: è affiancato da clinici, caregiver e altri specialisti. A maggior ragione contro il linfoma non Hodgkin, i tassi di sopravvivenza e le nuove terapie a disposizione lasciano intravvedere più che uno spiraglio di speranza nella popolazione dei malati. Dell’evoluzione dei trattamenti e delle recenti evidenze scientifiche si è parlato all’incontro a Roma, “Scacco al Linfoma – Un nuovo ponte tra la ricerca e la cura”, promosso da AbbVie con la partecipazione dell’Associazione italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma (Ail), la Federazione italiana linfomi (Fil) e il Gruppo italiano infermieri linfomi (Gfil).
Oltre 50 forme diverse di linfomi
I linfomi non Hodgkin comprendono oltre 50 forme diverse, suddivise in due gruppi, sulla base del comportamento clinico: gli indolenti, a crescita lenta (circa il 45% dei casi), con cui i pazienti possono convivere molti anni, e gli aggressivi, a crescita rapida ma spesso ben responsivi alle terapie, tanto che oltre la metà dei pazienti può guarire. Tra i linfomi aggressivi, il linfoma diffuso a grandi cellule B è il sottotipo più frequente, si presenta con linfonodi ingrossati e a rapida crescita in varie sedi e può coinvolgere anche organi extralinfatici; si stimano circa 150mila nuovi casi l’anno nel mondo e 4.400 in Italia. Tra i linfomi indolenti, il linfoma follicolare è il più comune ed è caratterizzato da elevato rischio di recidiva e da una progressiva resistenza alle terapie convenzionali, con riduzione della sopravvivenza libera da progressione a ogni nuova linea di trattamento. “Nei linfomi diffusi a grandi cellule B la recidiva, se si manifesta, compare abbastanza precocemente, quasi sempre entro mesi o pochi anni dalla remissione”, spiega Marco Ladetto, professore associato di Ematologia dell’Università del Piemonte Orientale e direttore della struttura complessa a direzione universitaria S.C.D.U. Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria. “Nel linfoma follicolare, le cellule quiescenti possono sopravvivere a lungo e dare origine a una recidiva a distanza anche di decenni. Le nuove terapie consentono una buona qualità di vita e tassi di remissione. Ogni tumore ha un percorso genetico diverso dall’altro perciò la conoscenza biologica è importantissima”.
Le novità terapeutiche
“La terapia cellulare (Car-T) e gli anticorpi bispecifici hanno cambiato i trattamenti”, osserva Enrico Derenzini, professore associato di Ematologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore della Divisione di Oncoematologia e Trapianto di Cellule Staminali dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano. “Le CAR-T cell therapy, potenzialmente curative in circa il 40% dei casi, ma con un problema di resistenza che riguarda il 50%-60% dei pazienti che non risponde o recidiva, e lunghi tempi di manifattura del prodotto, non immediatamente disponibile”. Anche l’introduzione degli anticorpi bispecifici, nel caso del linfoma follicolare e del linfoma diffuso a grandi cellule ha avviato una evoluzione terapeutica. “Gli anticorpi bispecifici sono un’altra forma di immunoterapia, che legano da una parte il linfocita T (CD3), le cellule effettrici del sistema immunitario, dall’altra legano le cellule neoplastiche (CD20), e ridirigono i linfociti T contro le cellule del linfoma. Negli studi clinici, per entrambe le patologie, questa classe di farmaci ha dimostrato la remissione in una quota importante di pazienti, circa 4 su 10 nel linfoma diffuso a grandi cellule B e più di 6 su 10 nel linfoma follicolare, con risposte che in alcuni pazienti si mantengono a lungo nel tempo e nello specifico per 3 anni nel follicolare e 4 nel linfoma diffuso a grandi cellule B. Ora l’indicazione di questi farmaci è in monoterapia. Nel prossimo futuro si prevede una rapida evoluzione verso un impiego precoce e combinato di questi trattamenti, integrandoli ad altri farmaci quali la chemio-immunoterapia, gli agenti immunomodulanti come il lenalidomide, oppure in associazione con anticorpi immunoconiugati”.
L’impatto della diagnosi sulla persona
Prendersi cura del paziente, dei suoi bisogni e delle sue incertezze, è importante tanto quanto individuare la giusta terapia. A confermarlo sono i rappresentanti dell’Ail. “I nostri laboratori di oncoematologia spesso sono supportati dalle associazioni”, commenta Giuseppe Toro, presidente nazionale dell’organizzazione. “Ciò – continua – ci impegna e ci interroga. Il paziente con linfoma è il paziente classico che ha una patologia che dura nel tempo, con una possibile remissione e ricaduta. È un paziente che va sostenuto”. Il presidente sottolinea come oggi l’atto fondamentale del prendersi cura sia spesso lasciato alle associazioni attraverso diversi servizi: “Il primo sostegno – conferma – che dà Ail è l’alloggio per il paziente e i caregiver, per vivere in maniera più umana il percorso. Anche il sostegno psicologico è un altro servizio importante che l’Associazione offre tramite 70 specialisti così come quello del nutrizionista”.
La speranza durante tutta la partita
Da ex paziente, Giuseppe Gioffrè, rappresentante dell’Ail nazionale e referente Fil del Gruppo pazienti linfomi Ail-Fil, racconta la sua esperienza, ricordando come al tempo della sua malattia (diagnosticata e curata oltre 25 anni fa) si sentisse solo. “È importante – dice – capire invece che oggi c’è un team. Da questo, i pazienti e i caregiver riescono ad avere risposte. A noi pazienti la metafora della battaglia non è mai piaciuta. Quella della scacchiera invece sì, perché non siamo soli a giocare, abbiamo una squadra a sostegno. Ai miei tempi, c’era solo la chemioterapia e il trapianto. Oggi invece ci sono le terapie nuove, a cui tutti possono accadere. Il paziente deve capire che la partita può essere lunga ma che può contare sulle associazioni e avere speranza”.
Il ruolo dell’infermiere
Quasi mai coinvolti o presenti nei panel e negli incontri riguardo alla presa in carico dei pazienti, gli infermieri sono in verità svolgono un ruolo fondamentale nella gestione delle terapie. “Ci siamo insieme in questa partita. Spesso siamo chiamati a trasmettere le competenze sull’infusione e sulla attenta sorveglianza dei sintomi”, sottolinea Giuliana Nepoti, responsabile commissione Gruppo infermieri fondazione italiana linfomi (Gifil) e research nursing di Ematologia presso il Policlinico di Sant’Orsola di Bologna.
La campagna per informare
“È importante sentire al voce dei pazienti per avere la cognizione di ciò che la ricerca ha portato”, ribadisce Caterina Golotta, direttore medico AbbVie Italia. “Attualmente, AbbVie sta giocando le sue ‘mosse decisive’ attraverso investimenti costanti in ricerca d’avanguardia e sviluppo di terapie innovative grazie a un ampio portfolio di studi clinici in diverse fasi di sviluppo con l’obiettivo di garantire un costante miglioramento degli outcome di efficacia e qualità di vita. Guardando al futuro, consapevoli della complessità e dell’eterogeneità dei linfomi, il nostro impegno è sviluppare soluzioni terapeutiche innovative e supportare i pazienti lungo tutto il percorso di trattamento, tenendo conto dei loro bisogni clinici, assistenziali e di qualità di vita. Crediamo che l’integrazione tra strategia, innovazione e ascolto sia fondamentale per trasformare il futuro della cura dei linfomi”.
Per aumentare la sensibilizzazione e la conoscenza della malattia, l’azienda promuove una campagna on line sul sito www.scaccoallinfoma.it, dove le persone interessate potranno trovare informazioni e materiali utili, anche attraverso le video-storie dei pazienti che raccontano la loro partita giocata contro il linfoma.
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