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Tumore al seno

04 Novembre 2026

Tumore al seno, aderenza alle terapie al centro della campagna Lilly

Un pop store aperto al pubblico, quasi 300 centri coinvolti e un oggetto simbolico distribuito a pazienti e familiari


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Il tumore al seno è il primo tumore femminile in Italia, con quasi 56mila nuove diagnosi ogni anno. La diagnosi precoce e i progressi terapeutici hanno migliorato significativamente la sopravvivenza, ma un nodo rimane ancora aperto: le pazienti che iniziano una terapia non sempre la portano a termine. Non solo per gli effetti collaterali, ma per ragioni che hanno a che fare con la psicologia, la comunicazione e il rapporto di fiducia con chi le cura. Su questo si è concentrato l’evento organizzato da Lilly in occasione del mese rosa, con la presentazione di un pop store aperto al pubblico e di una campagna costruita insieme alle associazioni di pazienti.

La campagna The life Button

La sopravvivenza a cinque anni in Italia è oggi pari all’86%, segno di quanto la medicina abbia trasformato questa malattia in una condizione sempre più gestibile nel lungo periodo. Eppure, il rischio di vanificare questi risultati esiste, ed è comportamentale prima ancora che biologico. La terapia ormonale adiuvante, se assunta correttamente, può ridurre il rischio di recidiva fino al 40%, ma circa una donna su tre interrompe il trattamento prima del tempo. È questo il problema che la campagna “The Life Button” di Lilly vuole affrontare.

Perché le pazienti smettono di curarsi

La dottoressa Gabriella Pravettoni, Direttrice della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e docente di Psicologia Cognitiva e delle Decisioni all’Università Statale di Milano, ha messo a fuoco le radici psicologiche della non aderenza terapeutica. Dopo la diagnosi, ha spiegato, si produce una rottura dell’equilibrio di vita. La terapia, paradossalmente, diventa parte di quel trauma: non una via verso la guarigione, ma un promemoria quotidiano della malattia. “Le pazienti non hanno solo bisogno di dimenticare la malattia: hanno bisogno di poter rivedere le proprie progettualità, libere dal timore. Vedono la terapia come una prosecuzione dello stato di malattia, anche a causa di chi si occupa di comunicazione.”

In questo scenario, il rapporto medico-paziente è la leva più importante. Non basta un prescrittore: serve qualcuno che si prenda cura della persona, che costruisca una relazione di fiducia nel tempo. Le nuove tecnologie possono snellire molte operazioni, ma non possono sostituire questo legame. Pravettoni ha anche affrontato il tema della comunicazione con chi sta vicino alle pazienti: spesso chi non sa cosa dire smette di parlare, mentre uno sguardo, una stretta di mano o un abbraccio contano più di qualsiasi frase. Ha raccomandato di evitare le metafore belliche – la “guerra” al cancro, la paziente “guerriera” – e i consigli non richiesti, che rischiano di isolare invece di avvicinare.



Il bottone: un piccolo gesto, un grande messaggio

Federico Villa, Direttore delle Relazioni Esterne di Lilly in Italia, ha presentato la campagna costruita insieme alle associazioni di pazienti (Europa Donna Italia, Fondazione Contradonna e Salute Donna Aps). Il simbolo scelto è un bottone: il gesto quotidiano di allacciarlo – semplice, ripetuto, discreto – è la metafora della compressa da prendere ogni giorno, del percorso terapeutico da non interrompere. L’anno scorso i bottoni sono stati distribuiti in quasi 300 centri a pazienti e familiari. “Volevamo lasciare un oggetto come simbolo. Un simbolo che è un messaggio, che si rivolge a una comunità di persone, per vincere le sfide insieme più facilmente.”

Il pop store aperto durante il mese rosa è il passo successivo di questo percorso. Lilly esce dal perimetro dei congressi medici e delle associazioni di pazienti e apre una porta su strada, verso la comunità più ampia. “Abbiamo cominciato un impegno verso la comunità e le attività di cura delle pazienti”, ha detto Villa. “La comunicazione è fondamentale per far capire come un piccolo gesto quotidiano possa cambiare l’esito della malattia.”



Istituzioni, alleanze e normalizzazione

Chiara Valcepina, Consigliere regionale della Lombardia e Vicepresidente della Prima Commissione Permanente, ha portato la prospettiva istituzionale e personale sottolineando quanto le campagne di sensibilizzazione riempiano spazi che le istituzioni da sole non riescono a coprire. La cura, ha detto, non si esaurisce sul piano terapeutico: produce ripercussioni familiari, economiche e sociali che richiedono un percorso condiviso con la comunità, le famiglie e le associazioni. “Serve un’alleanza. Le istituzioni devono evitare di complicare, intercettando il filo lungo tutto il percorso, sotto ogni aspetto.” Ha indicato la normalizzazione come obiettivo: non minimizzare la malattia, ma accompagnare le persone a continuare a prendersi cura di sé senza stigma, in un percorso che integri prevenzione, screening, terapia e multidisciplinarietà.



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