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cardiologia

13 Marzo 2026

Infarto, terapia LDL precoce riduce recidive e può far risparmiare il Ssn. Lo studio

Uno studio real-world post-infarto mostra che la riduzione intensiva e precoce dell’LDL riduce di quattro volte il rischio di nuovi eventi e potrebbe generare risparmi fino a 34 milioni di euro l’anno


infarto donna

Trattare in modo intensivo e immediato il colesterolo LDL nei pazienti reduci da un infarto miocardico acuto riduce di quattro volte il rischio di un nuovo evento cardiovascolare nel primo anno e può generare un risparmio stimato fino a 34 milioni di euro l’anno per il Servizio sanitario nazionale. È quanto emerge dallo studio FAST-NOTE, coordinato da Giuseppe Patti, direttore della Cardiologia dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara, e da Giuseppe Croce, dell’Università LIUC di Castellanza, pubblicato dal Centro di Ricerca in Economia e Management in Sanità (CREMS).

La ricerca ha analizzato i dati real-world di 500 pazienti post-infarto seguiti presso l’hub di cardiologia interventistica del Piemonte orientale in tre periodi distinti: 2019, 2021 e 2023. Lo studio ha confrontato due approcci terapeutici: l’intensificazione graduale della terapia ipolipemizzante con target LDL progressivamente più stringenti e un trattamento intensivo e precoce avviato già durante il ricovero ospedaliero, con l’impiego degli anticorpi monoclonali inibitori di PCSK9 fin dalla fase acuta.

Nei primi due periodi analizzati il metodo tradizionale ha prodotto miglioramenti limitati: il rischio di un nuovo evento cardiovascolare è sceso dal 12% all’11% tra il 2019 e il 2021. Nel 2023, con l’introduzione di un algoritmo clinico strutturato per la stratificazione del rischio e la personalizzazione della terapia già durante la degenza, il tasso di recidiva cardiovascolare è diminuito dal 12,12% al 3,28% nell’arco di un anno.

Secondo gli autori, un elemento centrale della strategia è l’impiego precoce degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9, farmaci in grado di ridurre in modo rapido e marcato il colesterolo LDL. L’utilizzo di queste terapie già durante il ricovero ha aumentato di otto volte la probabilità di raggiungere il target terapeutico di LDL inferiore a 55 mg/dL, soglia indicata dalle linee guida ESC/EAS 2025 per i pazienti a rischio cardiovascolare molto elevato.

«Abbiamo introdotto un algoritmo clinico che ci ha consentito di intensificare il trattamento fin dalla fase ospedaliera», spiega Giuseppe Patti. «Con questo approccio abbiamo ottenuto una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari nei pazienti a più alto rischio, passando dal 12,12% al 3,28% in un anno. L’impiego precoce degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 ha aumentato di otto volte la probabilità di raggiungere il target LDL e ha ridotto di quattro volte il rischio di un nuovo infarto».

Lo studio include anche un’analisi farmaco-economica che valuta la sostenibilità dell’approccio attraverso l’ICER (Incremental Cost-Effectiveness Ratio), parametro che misura il costo aggiuntivo per ogni anno di vita guadagnato in buona salute rispetto alla strategia comparatore. Il valore ICER della strategia intensiva precoce si colloca tra 27.282 e 32.111 euro annui, al di sotto della soglia di 40.000 euro generalmente considerata in Italia come limite di sostenibilità per il Ssn.

Secondo Giuseppe Croce, l’adozione precoce di queste terapie può avere effetti anche sull’organizzazione del sistema sanitario. «L’impiego precoce degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 nei pazienti a maggior rischio ha determinato una riduzione evidente degli eventi più gravi e, di conseguenza, dei ricoveri urgenti, degli interventi invasivi e dei giorni di degenza», afferma. «La nostra analisi dimostra che questo approccio si rivela vantaggioso anche sul piano economico, perché a livello nazionale proietta un risparmio complessivo di circa 34 milioni di euro».

I risultati dello studio si inseriscono nel contesto dell’evoluzione delle raccomandazioni internazionali. Le linee guida ESC/EAS 2025 sulla dislipidemia suggeriscono infatti di considerare un approccio intensivo nella gestione dei pazienti a rischio cardiovascolare molto elevato, fissando obiettivi di LDL sempre più stringenti. Secondo gli autori, le evidenze real-world generate dallo studio FAST-NOTE supportano questa strategia e indicano possibili ricadute sull’organizzazione dei percorsi assistenziali post-infarto e sull’accesso alle terapie innovative.

Matteo Vian

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