Login con

Ricerca

05 Novembre 2026

Ricerca clinica, Novartis lancia Catalyst. Progetto pilota in quattro Regioni

Un progetto che coinvolge 924 centri attivi in tutta Italia, con burocrazia e carenza di personale come nodi da sciogliere


IMG 2656

“Ho tradito una promessa.” Con queste parole lo scrittore Paolo Giordano ha aperto l’evento “Innovazione che cambia la vita” organizzato da Novartis a Milano il 3 novembre. La promessa era quella di seguire la scienza – con un dottorato in fisica teorica, aveva scelto l’emozione che si prova davanti all’epica collettiva della ricerca – ma l’autore Premio Strega ha poi imboccato la strada della scrittura. E agli scrittori, ha spiegato, spetta un compito scomodo: fare da contrappeso all’ottimismo del progresso tecnico-scientifico.

Citando Günther Anders, filosofo tedesco che ha sviluppato l’idea di “dislivello prometeico”, Giordano ha sottolineato come, in certi momenti della storia, le macchine che l’umanità inventa diventano più potenti dell’umanità stessa, superano la nostra capacità di comprenderle e controllarle. È successo con la bomba atomica, con la rivoluzione industriale, con la scoperta che la Terra non era al centro dell’universo. Sta accadendo oggi, ha detto Giordano, con l’intelligenza artificiale e con le neuroscienze. E ogni volta che si apre un dislivello del genere, nasce una domanda che costringe l’umanità a ridefinire se stessa. Cos’è oggi irriducibilmente umano?

Nel campo della medicina e della ricerca la risposta, secondo Giordano, è una sola: la responsabilità. “La macchina non avrà mai responsabilità verso chi vive, si ammala e muore. In questo dobbiamo cercare di diventare insuperabili.”

L’evento, tenutosi in occasione dei 250 anni di innovazione scientifica di Novartis e dei 30 anni dalla nascita del gruppo, non era solo una celebrazione del passato, ma la cornice per il lancio di Catalyst, un progetto concreto per rafforzare l’organizzazione della ricerca clinica negli ospedali italiani.

Il valore dell’innovazione: dai numeri ai pazienti

L’aspettativa di vita media è rimasta intorno ai 40 anni per millenni, ma nel corso dell'ultimo secolo è aumentata significativamente, arrivando in Italia a circa 84 anni. Federico Mambretti, Country President di Novartis Italia, ha ricordato questo balzo per fissare la posta in gioco: oggi un quarto dei pazienti con diagnosi oncologica ha un’aspettativa di vita totalmente equiparabile a quella di chi non si è mai ammalato. La leucemia mieloide cronica, un tempo letale nella maggior parte dei casi in pochi mesi, è diventata una condizione gestibile a lungo termine. Le terapie CAR-T, le prime terapie geniche e le terapie con radioligandi hanno aperto scenari che fino a vent’anni fa sembravano impossibili. “Oggi la sfida non è soltanto aprire nuove frontiere della scienza, ma assicurare che il valore dell’innovazione possa tradursi in un impatto concreto sulla vita delle persone”, ha dichiarato Mambretti.



A dare a questi numeri un volto preciso è stata la testimonianza di Felice Bombaci, Coordinatore Nazionale del Gruppo Pazienti LMC e dei Gruppi Pazienti AIL. Ventisei anni fa, ha raccontato, a 42 anni e con tre figli piccoli, ricevette una diagnosi di leucemia mieloide cronica e una prognosi di pochi anni di vita. In quello stesso periodo in Canada un ricercatore stava testando una molecola nuova, che sarebbe diventata imatinib, apparendo sulla copertina di Time nel maggio 2001 come “Magic Bullet”. “Voi non potete immaginare che cosa significa innovazione per una persona”, ha detto Bombaci. “Battere la malattia significa permettere a ciascuno di noi di continuare con una qualità di vita ottima. La ricerca è oggi, ma è soprattutto il futuro.”

Il nodo irrisolto: ricerca riconosciuta, ma poco conosciuta

Dietro i progressi, però, persiste un divario. Secondo l’indagine “Valore, percezione e impatto della ricerca clinica in Italia” realizzata da AstraRicerche, il 78% degli italiani considera innovazione e ricerca leve per lo sviluppo del Paese e l’84% le ritiene importanti per il benessere della società. Ma solo il 27,1% si dichiara molto o abbastanza informato sul tema. La distanza tra valore percepito e conoscenza reale si innesta su un problema organizzativo più profondo: in Italia manca ancora una cultura diffusa della ricerca clinica. I professionisti esistono, le competenze ci sono. Ciò che manca è un filo conduttore. Le Clinical Trial Unit, troppo spesso, sono rimaste uffici amministrativi senza una visione chiara del percorso dalla sperimentazione al paziente. 

“La passione non ti basta più”, ha sottolineato Celeste Cagnazzo, Responsabile dell’Unità Ricerca e Sviluppo Clinico dell’Ospedale Regina Margherita e Presidente del Gruppo Italiano Data Manager. “Serve avere una prospettiva professionale, serve pagare un mutuo, serve avere una possibilità di sviluppo. Se non riusciamo a dare tutte queste cose, non avremo il microambiente che serve per rilanciare la ricerca.”

Per risolvere il problema della mancanza di informazione, Francesco Ceci, Direttore della Medicina Nucleare dell’Istituto Europeo di Oncologia, ha indicato tre leve su cui agire: informare le persone su dove e come accedere agli studi clinici, digitalizzare i processi per snellire la burocrazia, e costruire canali di comunicazione diretti tra clinici e pazienti, anche attraverso portali digitali o i social network.

Il progetto Catalyst: 924 centri, quattro regioni, un metodo

A questo scenario prova a rispondere Catalyst, il progetto sviluppato da Novartis attraverso il confronto con sperimentatori, centri di ricerca, società scientifiche ed esperti del settore. L’azienda conta oggi 924 centri clinici attivi in Italia e oltre 2.000 pazienti coinvolti in studi. Lombardia, Veneto, Toscana e Campania faranno da pilota, con l’obiettivo di intervenire sui flussi organizzativi dei singoli centri. Il punto di partenza è stato mappare il “clinical trial journey” – cosa succede dentro l’ospedale quando arriva uno studio clinico – fino a identificare tre priorità: il modello organizzativo per la ricerca, il coordinamento tra i reparti e la governance, che coinvolge le direzioni generali e le regioni. Gli interventi previsti comprendono ora la digitalizzazione dei processi, la valorizzazione delle professionalità dedicate, lo sviluppo delle Clinical Trial Unit e un maggiore coinvolgimento delle direzioni strategiche.

Paolo Petralia, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona e Vicepresidente FIASO, ne ha sintetizzato la visione: “La ricerca è una parte fondamentale del percorso di cura e la sua gestione richiede una visione più strategica e integrata, a partire dalla standardizzazione e digitalizzazione dei processi degli studi clinici presso i centri. L’ambizione è creare le condizioni organizzative affinché la ricerca generi benefici concreti e misurabili per i pazienti, i professionisti e il sistema.”

Se l'articolo ti è piaciuto rimani in contatto con noi sui nostri canali social seguendoci su:

Seguici su Youtube! Seguici su Linkedin! Segui il nostro Podcast su Spotify!

Oppure rimani sempre aggiornato in ambito farmaceutico iscrivendoti alla nostra newsletter!

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE

05/11/2026

Dopo le elezioni di metà mandato, la maggioranza democratica potrebbe intervenire sui finanziamenti sanitari e sui sussidi assicurativi

05/11/2026

Presentati a Roma i dati del Programma nazionale HTA 2026-2028: 58 segnalazioni di tecnologie nei primi dieci mesi del 2026 e una rete di 25 centri collaborativi

©2026 Edra S.p.a | www.edraspa.it | P.iva 08056040960 | Tel. 02/881841 | Sede legale: Viale Enrico Forlanini 21 - 20134 Milano (Italy)

Top