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12 Marzo 2026

Farmaci, FDA: per l’autorizzazione potrà bastare un solo trial clinico

Due trial che condividano le stesse debolezze metodologiche, avvertono gli autori, non valgono più di uno solo. Anzi, possono offrire una falsa rassicurazione


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Basteranno i risultati di un solo studio clinico di fase 3 adeguato e ben controllato per l’autorizzazione all'immissione in commercio di un farmaco negli Stati Uniti. È questa la svolta annunciata direttamente dalle pagine del New England Journal of Medicine, in un articolo firmato da Vinay Prasad e Martin Makary, rispettivamente responsabile medico-scientifico e commissario della FDA. 

Il ragionamento parte da una premessa statistica precisa. Richiedere due trial nasce dall'esigenza di ridurre gli errori di tipo 1: con due studi, la probabilità di un falso positivo scende da 250 su 10.000 a 6 su 10.000. Una logica difensiva solida, ma costruita in un'epoca in cui i farmaci venivano sviluppati con comprensione biologica limitata e senza la capacità di misurare biomarcatori o endpoint intermedi. Oggi la scoperta dei farmaci è diventata sempre più precisa e scientificamente fondata: la FDA non valuta più solo gli effetti sulla sopravvivenza, ma anche le variazioni biochimiche e gli endpoint intermedi che raccontano una storia biologica completa. In questo contesto, scrivono, insistere sul doppio trial non ha più senso.

Va detto che sul piano normativo la possibilità non è inedita. Dal 1997 la FDA prevede già la facoltà di approvare un farmaco sulla base di un solo studio, purché adeguato e ben controllato. Ciò che cambia ora è il peso specifico di questa opzione: da eccezione a regola operativa di default. Al centro del paper c'è una visione più articolata di cosa significhi dimostrare l'efficacia di un farmaco: la dimensione dell'effetto, la qualità del gruppo di controllo, la prespecificazione delle ipotesi, la scelta dell'endpoint primario, la concordanza con i correlati biologici, la potenza statistica, il blinding, la gestione dei dati mancanti. Molti di questi elementi trovano rappresentazione in approcci bayesiani, cui la stessa FDA ha dedicato nuove linee guida nel gennaio 2026.

A rendere concreto il ragionamento, nel testo compare l'esempio dell'imatinib, approvato nel 2001 sulla base di una risposta ematologica come endpoint surrogato. Il meccanismo d'azione era così solido e l'effetto clinico così marcato da essere visibile nei dati epidemiologici nazionali americani e in quelli svedesi sull'aspettativa di vita dei pazienti con leucemia mieloide cronica. 

Sul piano economico, il passaggio al singolo trial avrà ricadute significative. Il costo di uno studio è stimato tra 30 e 150 milioni di dollari, e portare un farmaco al mercato richiede mediamente oltre sette anni. Ridurre il numero di studi richiesti significa abbattere i costi e accorciare i tempi. Venendo quindi meno uno degli argomenti classici a giustificazione dei prezzi elevati, la riforma potrebbe contribuire a ridurre il costo dei farmaci per i pazienti americani.

La prevedibile obiezione, che la FDA stia abbassando la guardia, viene affrontata senza mezzi termini. Anche con il requisito di due trial, ricordano gli autori, l'agenzia ha storicamente approvato prodotti poi ritirati per problemi di sicurezza o mancanza di efficacia. Il numero di studi non è di per sé una garanzia, se il disegno è carente. Il cambio di default non è poi assoluto. L'agenzia si riserva la possibilità di richiedere studi aggiuntivi quando il meccanismo d'azione è vago o non specifico, quando l'outcome misurato è a breve termine o surrogato o quando il trial presenta limitazioni metodologiche rilevanti. L'approvazione basata su un singolo trial dovrà inoltre essere accompagnata da una sorveglianza post-marketing rafforzata, con raccolta sistematica di dati su efficacia e sicurezza dopo l'immissione in commercio. È questo il meccanismo compensativo su cui la FDA intende fare leva per garantire che la maggiore velocità di accesso non si traduca in un minor rigore scientifico complessivo.

Formalizzare il nuovo standard cambierà concretamente come le aziende progettano i programmi di sviluppo e come la FDA li valuta. L'agenzia si aspetta un'impennata nell'innovazione farmaceutica, rafforzando il ruolo degli Stati Uniti come polo di riferimento mondiale per l'innovazione, senza sacrificare il rigore scientifico che ha storicamente contraddistinto le valutazioni dell'agenzia.

Matteo Vian

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