Cronicità
21 Maggio 2026Nel Rapporto annuale 2026 pesa l’effetto dell’invecchiamento della popolazione. Aree interne e Sud più penalizzati, mentre risorse e servizi non seguono i bisogni assistenziali

Un’Italia sempre più anziana, con più cronicità, maggiori disuguaglianze sanitarie e un sistema di assistenza che fatica a tenere il passo dei bisogni della popolazione. È la fotografia che emerge dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat che dedica ampio spazio alla relazione tra demografia, salute e disuguaglianze territoriali. Il dato centrale riguarda la crescita della multimorbilità: nel 2025 il 22,8% della popolazione che vive in famiglia, pari a 12,8 milioni di persone, convive con almeno due malattie croniche. Una quota quasi identica, il 22,7%, riferisce limitazioni nelle attività quotidiane, mentre oltre 7 milioni di italiani presentano contemporaneamente entrambe le condizioni. Tra gli anziani la situazione è ancora più critica: il 35,4% vive sia con patologie croniche multiple sia con limitazioni funzionali. Un fenomeno che, secondo il Rapporto, è destinato a crescere con l’ingresso nella terza età delle generazioni del baby boom.
L’Istat sottolinea che negli ultimi decenni le condizioni di salute degli anziani sono mediamente migliorate grazie a livelli di istruzione più elevati e a una maggiore attenzione agli stili di vita. Tuttavia, la crescita numerica della popolazione anziana sta aumentando il carico assistenziale e sanitario, mettendo sotto pressione il Servizio sanitario nazionale e i servizi territoriali. Il Rapporto evidenzia inoltre profonde disuguaglianze sociali. La multimorbilità colpisce maggiormente le persone con basso livello di istruzione: tra chi ha al massimo la licenza media la prevalenza supera il 25%, mentre scende tra i laureati. Ancora più marcato il divario nelle limitazioni funzionali gravi, che risultano nettamente più frequenti nelle fasce socialmente più fragili. Le differenze si riflettono anche nella speranza di vita. A 30 anni, gli uomini con basso livello di istruzione vivono in media oltre quattro anni in meno rispetto ai laureati; tra le donne il divario è di quasi tre anni. La forbice si amplia ulteriormente considerando il territorio: nelle Isole, un uomo poco istruito ha una speranza di vita inferiore di quasi sei anni rispetto a un laureato residente nel Nord-est.
Un altro nodo riguarda l’accesso ai servizi sanitari nelle Aree interne, dove vive oltre un quinto della popolazione italiana. Qui si registrano tassi di ospedalizzazione più elevati, minore ricorso alle prestazioni ambulatoriali e maggiore mobilità sanitaria verso altre regioni. Più alti anche i livelli di mortalità evitabile, soprattutto nel Mezzogiorno. Secondo l’Istat, questi dati indicano la necessità di rafforzare la sanità territoriale, migliorare l’accesso alle cure e investire maggiormente in prevenzione, presa in carico precoce e continuità assistenziale. Il Rapporto mette poi in evidenza il disallineamento tra bisogni sanitari e distribuzione delle risorse. Nonostante il finanziamento del Servizio sanitario nazionale sia salito a 136,7 miliardi nel 2024, le risorse non risultano sempre allocate in modo proporzionale ai bisogni della popolazione. Regioni con elevata prevalenza di cronicità, come Calabria e Basilicata, ricevono infatti finanziamenti pro capite inferiori alla media nazionale. La Calabria viene indicata come il caso più emblematico: alto bisogno assistenziale ma spesa sanitaria inferiore rispetto ad altre aree del Paese.
Anche sul fronte socioassistenziale persistono forti squilibri. Nel 2023 la spesa media dei Comuni per servizi sociali è stata pari a 135 euro per abitante, ma con differenze molto marcate: dai 46 euro pro capite della Calabria ai 576 euro della Provincia autonoma di Bolzano. Il Sud continua a investire meno della metà rispetto al Centro-Nord nei servizi destinati agli anziani. Per l’Istat la sfida sanitaria dei prossimi anni sarà quindi strettamente legata alla trasformazione demografica del Paese: meno nascite, più anziani, reti familiari più fragili e aumento della domanda di assistenza richiederanno un rafforzamento dell’integrazione tra sanità e servizi sociali.
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