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21 Aprile 2026

Carceri, Simpse: suicidi, sovraffollamento e fragilità sociali

La Società italiana di medicina e sanità penitenziaria apre il congresso di Roma: nel 2025 registrati 76 suicidi in carcere e livelli medi di sovraffollamento oltre il 150%


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Suicidi, sovraffollamento, disagio psichico e patologie croniche rendono la sanità penitenziaria uno degli snodi più critici del sistema Paese. È il quadro delineato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, che il 21 e 22 aprile apre a Roma il 26° convegno nazionale “Agorà penitenziaria 2026”, dedicato al tema “Tutela della salute ed esecuzione penale”.

Secondo la società scientifica, il carcere si colloca oggi al crocevia tra salute, sicurezza e fragilità sociali, in un contesto segnato dall’aumento della popolazione detenuta, da livelli elevati di sovraffollamento e dalla crescita di eventi critici come suicidi e autolesionismo.

I dati richiamati da SIMSPE, riferiti al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, indicano che nei 189 istituti penitenziari italiani nel 2025 sono state accolte complessivamente 103.866 persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi. Negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370. Nel solo 2025 risultano inoltre quasi 2.000 tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo.

Per SIMSPE, gli istituti penitenziari rappresentano sempre più un punto di convergenza di marginalità, dipendenze, vulnerabilità economica e disagio psichico, con ricadute sanitarie e organizzative crescenti.

«Sanità penitenziaria non significa solo cura, ma una realtà concreta di salute pubblica», afferma Antonio Maria Pagano, presidente SIMSPE. «Occorre intervenire su fragilità complesse e prevenire le malattie diffuse, psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, odontoiatriche, ma anche confrontarsi con una relazione medico-paziente diversa».

Pagano sottolinea inoltre che in ambito penitenziario può esistere una particolare asimmetria nel rapporto di cura: «Il medico ha come obiettivo la tutela della salute, mentre il detenuto può avere anche esigenze legate al proprio percorso giudiziario. Questo rende più complessa la valutazione clinica».

La società scientifica richiama il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025, che individua screening, diagnosi precoce e promozione della salute come strumenti centrali. Tuttavia, secondo SIMSPE, l’applicazione di questi interventi negli istituti penitenziari resta disomogenea, nonostante si tratti di una popolazione considerata ad alto rischio.

«In un contesto già segnato da fragilità diffuse, è fondamentale rafforzare la sanità penitenziaria per garantire una presa in carico reale ed efficace», osserva Luciano Lucania, direttore SIMSPE.

Tra gli ambiti indicati come strategici vi sono le malattie infettive. Sergio Babudieri, direttore scientifico SIMSPE, segnala che negli ultimi dieci anni la prevalenza dell’HIV nelle carceri italiane si è ridotta dal 10% a circa l’1-2% grazie alle terapie antiretrovirali.

Babudieri richiama inoltre il ruolo delle nuove terapie long acting per l’HIV, somministrabili ogni due mesi, e il potenziale dei programmi di screening per l’epatite C. Secondo quanto riferito, un recente studio su un ampio numero di detenuti ha rilevato una prevalenza del 20%, indicando l’utilità dei test diagnostici rapidi all’ingresso in istituto e il valore del carcere come contesto per programmi di screening e presa in carico.

Il pomeriggio del 22 aprile, nell’Auditorium Cosimo Piccinno del Ministero della Salute, è previsto anche il convegno istituzionale “Il carcere come opportunità di sanità pubblica e di riscatto: prevenzione, diagnosi e cura nelle popolazioni vulnerabili”.

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