Neurologia
10 Giugno 2026Firmato il consensus MindShift da 12 Paesi. Zappia (Sin): "Serve equilibrio tra accesso all'innovazione e tutela dei pazienti"
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L'Alzheimer entra in una nuova fase, in cui la sfida non è più soltanto riconoscere e assistere la malattia, ma creare le condizioni perché i progressi della ricerca arrivino concretamente ai pazienti. Da Roma, dove si è conclusa l'iniziativa internazionale "MindShift – A cross-country mission to reshape Alzheimer's Care", arriva una roadmap condivisa da 12 Paesi europei che individua cinque priorità per rendere possibile l'accesso tempestivo alla diagnosi precoce e alle nuove terapie in grado di modificare il decorso della patologia. Il documento di consensus, sottoscritto da rappresentanti istituzionali, clinici ed esperti provenienti da Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Polonia, Austria, Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Svezia e Bulgaria, punta a colmare il divario che ancora separa l'innovazione scientifica dalla pratica clinica. Le indicazioni contenute nel white paper chiedono di integrare la diagnosi biologica nei percorsi assistenziali standard, allineare i modelli organizzativi e di rimborso per garantire un accesso equo alle terapie innovative, rafforzare la capacità dei sistemi sanitari, adottare una pianificazione di lungo periodo e consolidare il coordinamento tra i Paesi europei. Ad aprire i lavori è stato un messaggio del Commissario europeo per la Salute e il benessere degli animali, Olivér Várhelyi, che ha ribadito il sostegno della Commissione europea al rinnovamento dell'assistenza per l'Alzheimer attraverso ricerca, biotecnologie e accesso all'innovazione terapeutica. L'urgenza è confermata dai numeri.
In Europa si stimano oggi circa 9 milioni di persone con demenza e le proiezioni indicano che supereranno i 14 milioni entro il 2050. In Italia i pazienti sono oltre un milione, di cui circa il 60% affetti da Alzheimer. Una patologia che comporta un enorme impatto assistenziale, sociale ed economico, con costi globali superiori a 1.300 miliardi di dollari e una spesa stimata nel nostro Paese di circa 23 miliardi di euro l'anno. "Il nostro rapporto del 2026 evidenzia chiaramente il crescente impatto della demenza in Europa, con una prevalenza che dovrebbe superare i 14 milioni di persone entro il 2050", ha ricordato Angela Bradshaw, director for Research di Alzheimer Europe. "È fondamentale garantire un accesso equo e tempestivo alla diagnosi, alle cure, all'assistenza e al sostegno, sfruttando i recenti progressi della ricerca per migliorare la vita delle persone affette da demenza". Proprio i progressi scientifici sono al centro del cambio di paradigma richiamato dagli esperti. Oggi, infatti, accanto alle terapie sintomatiche sono disponibili trattamenti che agiscono sui meccanismi biologici della malattia e che possono rallentarne la progressione, soprattutto se utilizzati nelle fasi iniziali. Un'evoluzione resa possibile anche dall'avanzamento delle tecniche diagnostiche e dall'arrivo di nuovi biomarcatori ematici, che consentono di individuare la patologia con maggiore anticipo e precisione. Per Mario Zappia, presidente della Società Italiana di Neurologia, l'arrivo di queste innovazioni impone una riflessione sulla capacità dei sistemi sanitari di accoglierle. "Le terapie per l'Alzheimer aprono prospettive nuove e richiedono un approccio rigoroso nella valutazione del loro impatto clinico", ha sottolineato. "La sfida è trovare un punto di equilibrio tra accesso all'innovazione e tutela dei pazienti nell'interesse delle tante famiglie che vivono l'impatto di una patologia come l'Alzheimer. In questo senso, il dialogo tra istituzioni, comunità scientifica e pazienti, come quello avvenuto con MindShift, è essenziale per definire modalità di utilizzo appropriate, sicure e sostenibili".
Un concetto condiviso anche da Marco Bozzali, professore associato di Neurologia dell'Università di Torino e presidente della Società Italiana per le Demenze (SINDem), che evidenzia come l'Alzheimer stia vivendo una svolta attesa da decenni. "Dopo anni di sperimentazioni cliniche fallimentari, oggi disponiamo finalmente di farmaci in grado di modificare il decorso della malattia e non soltanto di trattarne i sintomi", spiega. "Attualmente sono disponibili due anticorpi monoclonali che agiscono su target leggermente diversi ma con profili di efficacia e sicurezza sostanzialmente sovrapponibili. Questi trattamenti devono essere prescritti a pazienti nelle fasi iniziali della malattia e dopo un'attenta valutazione delle eventuali controindicazioni. L'obiettivo è rallentare la progressione della patologia: più pazienti riusciremo a trattare precocemente, maggiore sarà il beneficio in termini di riduzione della disabilità cognitiva". Bozzali ricorda inoltre che i farmaci oggi disponibili "agiscono contro l'amiloide, rimuovendo dal cervello uno dei principali attori dei meccanismi fisiopatologici dell'Alzheimer", mentre la ricerca continua a esplorare nuove opzioni terapeutiche. Secondo il consensus, tuttavia, il potenziale di queste innovazioni rischia di rimanere inespresso senza un adeguato rafforzamento dell'organizzazione sanitaria. Servono percorsi diagnostici più solidi, una migliore identificazione dei pazienti candidabili alle nuove terapie e modelli di accesso in grado di garantire appropriatezza e tempestività di trattamento. La firma del documento rappresenta il punto di arrivo della due giorni romana di MindShift, che ha visto anche un confronto alla Camera dei Deputati con l'Intergruppo parlamentare sull'Alzheimer e una visita al Policlinico Tor Vergata, considerato una delle realtà pubbliche di riferimento nella gestione delle patologie neurologiche e neurodegenerative.
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