Alzheimer
15 Luglio 2026Istituzioni, scienziati e mondo ecclesiale si confrontano a Roma su cure accessibili, diagnosi rapide e sostegno concreto ai caregiver

Una questione di dignità della persona, responsabilità ed equità. La malattia di Alzheimer non si riduce al solo nodo dei conti della sanità pubblica, è bensì un’incognita sul presente e sul futuro di una società, come quella italiana, alle prese con una popolazione più anziana e più sola. Questo messaggio è emerso nel corso dell'incontro "Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva", ospitato dalla Santa Sede, presso il Palazzo della Cancelleria Vaticana. Al confronto hanno partecipato i rappresentanti delle istituzioni, dei membri dell’Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l'Alzheimer, della comunità scientifica, delle associazioni dei pazienti e del mondo ecclesiale.
Nuova frontiera di speranza
La realtà italiana racconta di oltre 600mila le persone che convivono con la malattia e più di 3 milioni di familiari e caregiver coinvolti quotidianamente nell'assistenza. A questa moltitudine la scienza ha cominciato a dare ulteriori risposte. Le nuove terapie anti-beta amiloide hanno infatti dimostrato la possibilità di intervenire sul decorso biologico della patologia nelle sue fasi iniziali, aprendo prospettive fino a pochi anni fa impensabili. Il tema è oggi al centro del dibattito scientifico e regolatorio, dal momento che la Commissione scientifica ed economica del farmaco di Aifa si è recentemente espressa sulla non rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale di una innovativa classe di farmaci per il trattamento in fase precoce, riaccendendo il confronto sulle modalità più appropriate e sostenibili per garantire l'accesso all'innovazione. “Le nuove terapie rappresentano una nuova frontiera di speranza per le persone con Alzheimer e le loro famiglie. La discussione in corso non può non concentrarsi sui pazienti che possono realmente trarne beneficio, attraverso esiti misurati sul piano clinico. In questa prospettiva, la Società italiana di neurologia ribadisce la propria piena disponibilità a collaborare con le istituzioni e gli enti regolatori per definire percorsi appropriati e sostenibili di accesso a queste innovazioni", ha affermato il presidente della Società italiana di neurologia (Sin), Mario Zappia.
Arrivare alla diagnosi prima
Il percorso di diagnosi in Italia è ancora un’odissea. Spiega Vincenzo Di Lazzaro, professore ordinario di Neurologia, Università Campus Bio-Medico di Roma: “occorre oltre un anno dall’avvio alla conclusione dell’iter”. La complessità della diagnosi in verità è mondiale, sebbene la ricerca anche in questo ambito offra nuove prospettive: “Nel 2026 – ha illustrato il professor Di Lazzaro – la vera svolta è giunta con la disponibilità di biomarcatori plasmatici, ovvero semplici esami del sangue in grado di dosare con estrema precisione e precocità le proteine che si accumulano nel cervello. I test ematici più recenti, basati sulla rilevazione della proteina fosfo-tau, offrono una specificità diagnostica sovrapponibile a quella della Pet, permettendo di tracciare la progressione biologica verso la demenza con un prelievo minimamente invasivo e facilmente accessibile”. Altra scoperta straordinaria, nata da uno studio longitudinale avviato nel 2020 che ha monitorato per vent'anni un ampio gruppo di soggetti sani tramite esami periodici, ha dimostrato che la traiettoria dell'Alzheimer inizia decenni prima dei sintomi clinici. “I biomarcatori nel liquido cerebrospinale – ha precisato il professore del Campus Bio-Medico – iniziano a modificarsi ben diciotto anni prima della diagnosi clinica. L'atrofia cerebrale è visibile alla risonanza magnetica otto anni prima, e i primissimi lievi deficit di memoria compaiono circa sei anni prima. Questo enorme intervallo temporale ci offre una finestra d'azione preziosissima per intercettare la traiettoria della malattia in una fase precoce, quando i trattamenti e gli stili di vita possono essere realmente efficaci”.
Superare i ritardi
Proprio l'arrivo delle nuove opportunità terapeutiche rende ancora più centrale il tema della diagnosi precoce. “Il tempo della diagnosi e della cura presentano una finestra ristretta al fine di ottimizzare il rapporto tra benefici e costi. Per questo è fondamentale garantire alle persone un accesso precoce alla diagnosi biologica e, quando indicato, alle terapie in grado di modificare il decorso di malattia, superando ritardi e disuguaglianze”, ha sottolineato il presidente della Società italiana neurologia delle demenze (Sindem), Marco Bozzali. Per una presa in carico tempestiva sono fondamentali le reti territoriali, come ribadito dal presidente della Società delle scienze neurologiche ospedaliere (Sno), Pasquale Palumbo: “La sfida è rafforzare la capacità del sistema sanitario con una programmazione lungimirante, investendo in competenze, infrastrutture e integrazione con le cure primarie, per governare l'impatto del nuovo approccio diagnostico terapeutico attraverso l’implementazione di percorsi clinici assistenziali operativi”.
Necessità ancora da riconoscere
I dati più recenti mostrano che oltre l'80% delle persone con Alzheimer non riceve test diagnostici specifici basati sui biomarcatori e che meno del 20% dei pazienti viene sottoposto ad accertamenti in grado di confermare la presenza della patologia. Inoltre, i pazienti inviati a una valutazione specialistica arrivano mediamente alla diagnosi dopo circa cinque mesi di attesa. “L'Alzheimer – ha sottolineato il vicepresidente di Airalzh Ets, Alessandro Morandotti – continua a rappresentare una delle principali sfide sanitarie e sociali del nostro tempo. Per questo riteniamo importante contribuire al dibattito con uno sguardo rivolto al futuro. La ricerca deve continuare a essere sostenuta con determinazione, perché ogni avanzamento scientifico rappresenta un passo verso nuove opportunità per le persone che convivono con la malattia e per le loro famiglie. Sta attraversando una fase di significativa evoluzione e creando prospettive concrete per diagnosi sempre più tempestive e per terapie capaci di incidere progressivamente sul decorso della malattia”.
Un approccio relazionale
Di fronte all'Alzheimer si gioca una vera battaglia di civiltà: quella di contrastare una razionalità utilitaristica che riconosce valore solo a chi è in pieno controllo della propria esistenza. “Affermare la dignità incondizionata e ulteriore della persona sofferente richiede un passaggio radicale, che potremmo definire come la transizione da un approccio puramente ‘simpatico’ ed emotivo a uno autenticamente relazionale e di prossimità. In questo orizzonte, la prospettiva teologica si traduce in un orientamento politico e sociale concreto, che non si limita alla solidarietà astratta ma esige un sostegno reale per le famiglie e per le comunità, affinché nessuno sia lasciato solo a sostenere un peso altrimenti insostenibile”, ha ricordato mons. Antonio Staglianò, presidente della Pontificia accademia teologica, intervenuto in videocollegamento.
Come il mondo guarda i fragili
L'Alzheimer è una sfida che riguarda la medicina e il modo in cui la società si prende cura delle persone più vulnerabili. “Interpella il senso più profondo della cura, intesa non solo come trattamento, ma anche come vicinanza, responsabilità e scelta di civiltà, umanità e fede”, ha affermato mons. Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere emerito della Pontificia Accademia delle Scienze. Il modo in cui la collettività cura e approccia le persone con fragilità è un indicatore che “Significa rispetto e dignità soprattutto per chi soffre – ha aggiunto mons. Sorondo –, e fare del principio di solidarietà un fatto concreto. È una opportunità privilegiata per realizzare quella fraternità e amicizia che ci rendono canali della grazia di Cristo, sviluppando reti di fede, speranza e carità".
Una priorità sanitaria e sociale del Paese
L'incontro, svolto sotto il patrocinio della Pontificia Accademia di Teologia, del Coordinamento Nazionale Associazioni Diocesane Opere Assistenziali e dell'Università Lumsa, con il contributo non condizionante di Eli Lilly, Eisai e Biogen, si è concluso con un appello condiviso a fare della malattia di Alzheimer una priorità sanitaria e sociale del Paese, rafforzando diagnosi precoce, accesso ai biomarcatori, ricerca, reti territoriali e sostegno ai caregiver. L'evento è stato inoltre arricchito dalle testimonianze di Michela Morutto, Mattia e Andrea Piccoli, protagonisti del libro “Un tempo piccolo”, dagli interventi del regista Alessandro Aronadio e dell'attore Eugenio Mastrandrea.
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