Alzheimer
17 Aprile 2026Analizzati 17 studi su 20.342 pazienti con decadimento cognitivo lieve o demenza lieve. Benefici clinici limitati a 18 mesi, aumento delle ARIA e nessun chiaro incremento di mortalità

I farmaci monoclonali diretti contro la beta-amiloide per l’Alzheimer mostrano benefici clinici modesti nei pazienti con decadimento cognitivo lieve o demenza lieve dovuti alla malattia, a fronte di un aumento delle anomalie radiologiche cerebrali correlate al trattamento. È quanto conclude una revisione Cochrane pubblicata il 16 aprile.
L’analisi ha incluso 17 studi randomizzati controllati per un totale di 20.342 partecipanti, con età media compresa tra 70 e 74 anni. Sette studi hanno arruolato solo pazienti con demenza lieve, uno solo soggetti con mild cognitive impairment, mentre i restanti hanno incluso popolazioni miste. La durata media del disturbo cognitivo variava da 17 a 52 mesi.
Sono stati valutati sette anticorpi monoclonali anti-amiloide: aducanumab (3 studi), bapineuzumab (4), crenezumab (2), donanemab (1), gantenerumab (4), lecanemab (1) e solanezumab (2). Tutti i trial confrontavano il trattamento con placebo. Undici studi avevano durata di 18 mesi, quattro di 24 mesi e due superiore a 24 mesi. Tutti gli studi erano finanziati dall’industria farmaceutica.
Gli autori riportano in particolare i risultati a 18 mesi. Sul piano cognitivo, i farmaci “probabilmente determinano differenze minime o nulle” rispetto al placebo. Anche sulla gravità della demenza l’effetto viene definito ridotto. Per la capacità funzionale il beneficio risulta limitato: modesto sulle attività quotidiane e piccolo, in alcuni studi, su alcune scale dedicate.
Sul fronte della sicurezza, la revisione rileva un piccolo aumento delle ARIA-E, cioè edema cerebrale correlato all’amiloide, con 107 casi in più ogni 1.000 trattati rispetto al placebo. Per le forme sintomatiche di ARIA-E il dato stimato è di 29 casi in più ogni 1.000 pazienti. Per le ARIA-H, che comprendono microemorragie o sanguinamenti, i risultati disponibili sono risultati eterogenei e non sempre aggregabili.
Non emerge invece un aumento di eventi avversi gravi né della mortalità complessiva rispetto al placebo, con livello di evidenza giudicato elevato dagli autori.
La revisione segnala anche alcune criticità metodologiche negli studi di efficacia, tra cui il possibile “functional unblinding”, cioè la possibilità che pazienti o ricercatori abbiano intuito l’assegnazione al trattamento per la comparsa di effetti collaterali riconoscibili.
Nelle conclusioni, gli autori affermano che la rimozione dell’amiloide dal cervello “non sembra associata a effetti clinicamente significativi” nei pazienti con forme iniziali di Alzheimer e indicano la necessità di orientare la ricerca futura verso altri meccanismi d’azione.
La review è stata finanziata in parte dalla Regione Emilia-Romagna e sostenuta anche da fondi di ricerca corrente del Ministero della Salute.
FONTE
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