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Epatologia

11 Marzo 2026

Steatosi epatica, perché la diagnosi precoce è l’unica arma contro il trapianto

Esperti e istituzioni a confronto in Senato per definire nuovi percorsi assistenziali multidisciplinari, puntando sulla stratificazione del rischio e sul ruolo centrale dell’epatologo


steatosi evento

Prevenzione e diagnosi precoce per evitare che la malattia evolva verso stadi critici che richiedono un trapianto d'organo. La steatosi epatica su base metabolica interessa oggi circa il 30% della popolazione mondiale, mostrando una crescita che segue parallelamente l'aumento di obesità e diabete. Anche se il numero delle persone coinvolte è vasto, è fondamentale però distinguere tra chi presenta una condizione lieve e chi è affetto da una malattia progressiva. I dati indicano infatti che i pazienti negli stadi iniziali di fibrosi non vanno incontro a eventi epatici significativi, mentre il rischio di scompenso e di tumore al fegato si concentra quasi esclusivamente nel sottogruppo con fibrosi avanzata, ovvero nei pazienti agli stadi F3 e F4 che necessitano di trattamenti specifici.

Alla necessità di adottare percorsi diagnostici terapeutici uniformi a livello nazionale, che integrino un approccio multidisciplinare coordinato dalla figura dell'epatologo, è stato dedicato il convegno in Senato, su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito, segretaria 10ª commissione del Senato. “Questa patologia – ha osservato la senatrice – rappresenta un’emergenza sanitaria dal forte impatto sociale, poiché si tratta di una condizione che, se gestita in modo corretto, può essere affrontata e curata con successo”.

Il peso dei costi sociali

La steatosi rappresenta ormai la seconda indicazione al trapianto nel mondo occidentale e la prima negli Stati Uniti. Oltre ai costi sanitari diretti legati alla mortalità e agli interventi chirurgici, occorre considerare l'ingente peso dei costi indiretti e sociali, quali l'assenteismo lavorativo, la necessità di assistenza continuativa e il drastico peggioramento della qualità della vita dei pazienti.

“Di fronte a questo scenario, emerge l'assoluta priorità di potenziare lo screening e la prevenzione, identificando precocemente i soggetti con patologie dismetaboliche”, ha spiegato Giacomo Germani, segretario dell’Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf). È necessario strutturare “Percorsi assistenziali (Pdta) omogenei su scala nazionale che garantiscano un approccio multidisciplinare, ponendo la figura dell'epatologo al centro della diagnosi, della stratificazione del rischio e del trattamento”. Parallelamente, le politiche di sanità pubblica devono promuovere corretti stili di vita per contrastare l'obesità e l'abuso di alcol. In questo contesto, “la ricerca scientifica sull'innovazione terapeutica per la Malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (Masld) e la Steatoepatite associata a disfunzione metabolica (Mash) deve essere costantemente valorizzata, assicurando un accesso regolamentato ai nuovi farmaci per garantire l'appropriatezza clinica”.

Ritardo diagnostico

La criticità principale risiede nel ritardo diagnostico e nella carenza di percorsi assistenziali strutturati. Spesso, infatti, si giunge a casi clinici disperati solo perché è mancato un iter di cura precoce. L'identificazione precoce delle fasi avanzate e pre-cirrotiche risulta determinante per attuare strategie terapeutiche mirate, capaci di ridurre il danno d'organo e prevenire complicanze severe, quali il decesso e lo sviluppo dell'epatocarcinoma. Quest'ultima patologia presenta oggi un'incidenza di circa 10-12mila casi annui, con un bilancio di circa 20mila decessi, ma il dato più significativo riguarda il mutamento della sua epidemiologia: se fino a pochi anni fa la causa prevalente era l'epatite C, oggi la maggior parte dei casi è riconducibile alla steatosi epatica.

Stratificazione del rischio

Dall'analisi del carico assistenziale dei centri epatologici emergono criticità gestionali: molti pazienti con fibrosi lieve, che non corrono rischi immediati per la prognosi, vengono seguiti impropriamente in centri di secondo e terzo livello, sottraendo risorse a chi si trova in stadi avanzati. L'obiettivo dovrebbe essere invece quello di concentrare l'assistenza specialistica sui pazienti ad alto rischio di evoluzione. Questa stratificazione appare ancora più urgente se si considera il legame con le comorbidità metaboliche: sebbene farmaci innovativi, come i GLP-1, siano già utilizzati per il diabete, il loro impiego nell'obesità è limitato dalla mancanza di rimborsabilità, rendendo l'accesso alle cure più complesso. Anche lo screening per il tumore del fegato mostra un'applicazione eterogenea: mentre le linee guida suggeriscono di monitorare solo chi ha una fibrosi avanzata, molti centri effettuano ecografie a tappeto su tutti i pazienti con fegato grasso, con un impatto notevole in termini di costi e tempi d'attesa. “La sfida non risiede nella gestione del fegato grasso come fenomeno diffuso, ma nell'identificazione accurata di quel sottogruppo di pazienti in cui la condizione evolve in una patologia epatica grave. È necessario ottimizzare la stratificazione del rischio sul territorio per garantire che solo i soggetti con reale necessità di cure innovative e follow-up specialistico arrivino ai centri epatologici”, ha sottolineato il professor Umberto Vespasiani Gentilucci, associato di medicina interna dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Gli strumenti di diagnosi

Le attuali linee guida italiane ottimizzano lo screening delle malattie epatiche steatosiche concentrandosi su pazienti ad alto rischio, come diabetici e obesi, anziché sulla popolazione generale. Il percorso diagnostico è strutturato in due step non invasivi: un primo filtro tramite lo score FIB-4 che è basato su esami del sangue comuni e un eventuale approfondimento con il FibroScan, un dispositivo finalizzato a misurare l'elasticità epatica. Questo sistema a soglie permette di escludere rapidamente i soggetti sani e indirizzare all'epatologo solo i casi con rischio confermato, garantendo un uso efficiente delle risorse sanitarie. “Nel Regno Unito – ricorda Salvatore Petta, ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Palermo – l'applicazione di questo algoritmo ha ridotto le liste d'attesa inutili, aumentando al contempo il numero di malati reali riferiti allo specialista. Anche in Italia, uno studio su popolazione diabetica ha dimostrato che questo sistema è sostenibile, portando all'attenzione dell'epatologo solo l'8-9% dei soggetti ad alto rischio. Per facilitare questo passaggio ed evitare che il paziente si perda nel sistema, è però necessario creare un network multidisciplinare che coinvolga diabetologi, endocrinologi e medici di medicina generale, con l'epatologo nel ruolo di filtro finale. Un esempio virtuoso è la rete epatologica siciliana, che utilizza una piattaforma per la prenotazione diretta degli esami e il referral elettronico”.

Il modello in Lombardia

Il coinvolgimento capillare del territorio rappresenta un pilastro imprescindibile per l'efficacia delle politiche sanitarie, specialmente nella gestione di patologie che richiedono un approccio proattivo. “In questa prospettiva, l’esperienza maturata in Regione Lombardia evidenzia come la diagnosi precoce debba poggiare sul rafforzamento del ruolo dei medici di medicina generale, integrandosi con l’azione dei distretti e delle aziende sanitarie locali per attuare politiche attive di prossimità”, ha detto Emanuele Monti, presidente della IX della Regione Lombardia. In conclusione, Elena Murelli, membro della 10ª commissione del Senato, ha aggiunto: “È fondamentale garantire l’omogeneità dell’assistenza farmaceutica su tutto il territorio nazionale, assicurando in particolare un accesso rapido ai farmaci innovativi, poiché il costante progresso della ricerca scientifica mette a disposizione nuove terapie spesso decisive per la sopravvivenza dei pazienti, risulta prioritario contrarre i tempi di approvazione regolatoria. Solo riducendo i passaggi burocratici e uniformando la distribuzione regionale si può assicurare che ogni cittadino”. 

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