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21 Settembre 2026Liste d’attesa e costi pesano sull’accesso alle prestazioni. La rinuncia alle visite sale al 12% nelle fasce di reddito più basse. Criticità nell’assistenza territoriale.

Circa un italiano su dieci ha rinunciato a una visita specialistica pur avendone bisogno e circa il 6% a un esame diagnostico. Le rinunce aumentano nelle fasce economicamente più deboli: per le visite specialistiche riguardano circa il 12% delle persone nel primo quintile di reddito contro l’8% nel quinto. Per gli esami diagnostici il divario è tra il 7,5% e il 5%. È quanto emerge dal Rapporto 2025/2026 “Sussidiarietà e… salute” della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato il 21 settembre all’Università degli Studi dell’Insubria di Varese durante l’incontro “Universalismo e sostenibilità del Sistema sanitario nazionale”.
Il quadro italiano resta nel complesso migliore della media europea per i bisogni sanitari non soddisfatti, ma presenta differenze legate al reddito, al territorio e al tipo di prestazione. Nel 2023 la quota di persone con bisogni sanitari insoddisfatti era pari al 2% in Italia contro il 3,8% della media europea. Considerando soltanto costi, distanza dai servizi e liste d’attesa, le percentuali scendono rispettivamente all’1,8% e al 2,4%.
Le liste d’attesa rappresentano la principale causa indicata per la rinuncia alle prestazioni: sono citate dal 50% degli intervistati per le visite specialistiche e dal 52,8% per gli accertamenti diagnostici. Seguono i costi, rispettivamente con il 46,7% e il 45,9%, mentre la distanza dai servizi riguarda il 10,8% e il 10,4%. Sul versante economico, il 2,9% degli italiani appartenenti al quintile di reddito più basso dichiara di avere rinunciato alle cure per ragioni economiche, contro lo 0,2% del quintile più ricco.
«L’universalismo non può ridursi all’affermazione formale di un diritto: deve tradursi nella possibilità concreta, per ogni persona, di ricevere cure appropriate e tempestive», ha affermato Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Secondo Vittadini, serve «un salto di qualità nella governance pubblica», capace di garantire equità nell’accesso, qualità delle prestazioni e presa in carico, mettendo a sistema il contributo dei diversi soggetti.
Il Rapporto individua uno dei principali margini di intervento nell’assistenza territoriale. Nell’ultimo monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza, quest’area registra un punteggio di 76, rispetto a 95 per la prevenzione e 86 per l’assistenza ospedaliera. Il documento indica quindi come priorità il raccordo tra ospedale e territorio, l’assistenza domiciliare e l’integrazione tra servizi sanitari e sociali, soprattutto per anziani, persone con malattie croniche e fragili.
Il tema si intreccia con l'aumento delle risorse destinate al SSN, passate secondo il Rapporto da 114 miliardi nel 2019 a 136,5 miliardi nel 2025, con 142,8 miliardi previsti nel 2026. L'indicazione del documento è però di intervenire anche sull'organizzazione, in un sistema chiamato a rispondere all'invecchiamento della popolazione, alla cronicità, alla fragilità e alla non autosufficienza.
«Le cronicità e i bisogni socio-sanitari sono in costante aumento», ha dichiarato Maria Chiara Gadda, deputata e componente dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, indicando la necessità di un cambiamento del modello organizzativo e di un rapporto più strutturato tra pubblica amministrazione e Terzo settore, anche attraverso co-programmazione e co-progettazione.
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