ospedali
28 Giugno 2024L’Italia non è nota solo per i piccoli ospedali con meno di 120 letti di cui le regioni meditano spesso la chiusura. Ci sono anche i grandi ospedali. Che non sono necessariamente quelli con mille letti o con grandi centri di ricerca
L’Italia non è nota solo per i piccoli ospedali con meno di 120 letti di cui le regioni meditano spesso la chiusura. Ci sono anche i grandi ospedali. Che non sono necessariamente quelli con mille letti o con grandi centri di ricerca all’interno, né si tratta necessariamente di centri di eccellenza. Il Rapporto sulle Schede di Dimissione ospedaliere del Ministero della Salute fotografa per la prima volta la realtà dei “grandi snodi”, i nosocomi con maggior traffico di interventi, ricoveri, occupazione, accessi da fuori regione o dall’estero. Quelli che prendono in carico pazienti complessi, in termini di ricoveri ordinari (ma si portano dietro anche una forte attività ambulatoriale e di day hospital). I tecnici della Direzione Generale Programmazione del Ministero guidata da Americo Cicchetti hanno esaminato le schede di dimissione di tutti gli ospedali, su circa 600 in 20 hanno l’11% di tutta la casistica italiana. E quei 20 sono stati messi in classifica pesando ciascuna SDO per complessità del caso trattato in termini di Drg (Diagnosis related group) e per incidenza dei pazienti giunti da altre regioni), e ricavando un unico indicatore. Va ribadito che non si tratta di marker di qualità o di esito, ma rispettivamente di entità d’impegno e di “rinomanza” (quest’ultimo è in parte anche indicatore di volume).
I nosocomi del Nord fanno la parte del leone. La Lombardia ne piazza cinque ai primi 20 posti e altri tre “big” sono come vedremo in Toscana ma ne piazza soprattutto tre al vertice, tutti a Milano. Al primo posto outsider totale l’Ospedale Galeazzi (nuova sede al confine di Baranzate, Nord-Ovest di Milano) che con un indice di 147 punti stacca di 20 punti l’Humanitas di Rozzano (Sud di Milano) e l’Ospedale San Raffaele (Nord-Est del capoluogo) con 98,6 punti. Staccati di una trentina di punti, tutti gli altri ospedali. Quelli intorno ai 62-67, nelle posizioni subito successive, sono guidati al 4° posto dall’Azienda Ospedaliero Universitaria di Verona, al 5° c’è l’analoga azienda di Pisa, prima del Centro-Italia, al 6° posto l’Ospedale Sant’Orsola di Bologna e al 7° il Policlinico Gemelli di Roma, il primo della Capitale. All’8° posto l’AOU Siena si piazza un po’ più in alto dell’AOU Careggi di Firenze, 17ma. La Lombardia ha altri due super-snodi quali il Niguarda a Milano ed il Policlinico San Matteo a Pavia. Al 14° posto compare il primo hub del Sud, l’Ospedale dei Colli di Napoli, seguito in Puglia dall’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza (quello voluto da San Pio di Pietrelcina nel Gargano) al 16° posto. Per trovare Torino e il Piemonte bisogna arrivare al 20° posto dov’è il Mauriziano. Piazzate anche le Marche con l’AOU Ancona al 10° posto e il Policlinico San Martino di Genova al 19°. Delle prime 10 strutture nessuna è del Sud, il Nord piazza 13 strutture, il Centro 5, il Sud 2.
Il Rapporto mette dunque in luce come le strutture più ricercate siano soprattutto a Settentrione. Dei quasi 8 milioni di dimissioni da ricovero ordinario del 2023 in aumento di 1,75 milioni rispetto al 2021, anno del Covid l’8,3% riguarda pazienti che hanno cambiato regione per trovare assistenza. Si tratta di 441 mila acuti, sulla cui mobilità pesano per prima cosa la taglia della regione di provenienza e l’indisponibilità di alcune strutture specialistiche e in secondo luogo elementi di divario economico tra Nord e Sud. Ad andare via è il 30% dei pazienti molisani, il 28% dei lucani, il 21% dei calabresi. Dalle regioni del Nord emigra in media fra il 5 e il 10% dei malati. Che non è pochissimo, ma è altra cosa.
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