Farmaceutica
14 Luglio 2026La vicepresidente di Confindustria e azionista Menarini: "L'industria italiana è ancora un'eccellenza, ma 13mila norme Ue e la burocrazia frenano investimenti e innovazione”

"La magia della farmaceutica italiana è ancora viva, ma l'Europa rischia di perdere competitività se non cambia rapidamente rotta". È il messaggio lanciato da Lucia Aleotti, azionista e consigliere di Menarini e vicepresidente di Confindustria con delega al Centro studi, che in un'intervista a "L'Economia" del Corriere della Sera traccia il quadro delle sfide che attendono l'industria del farmaco, tra eccesso di regolazione, competizione globale e necessità di rilanciare gli investimenti. Secondo Aleotti, il settore farmaceutico italiano continua a rappresentare uno dei motori dell'economia nazionale. "Con 70 miliardi di export il settore è un traino per il Paese", afferma, ricordando come la forza dell'industria risieda nella compresenza di capitali italiani e internazionali e nella capacità di sviluppare un'offerta che spazia dai vaccini ai farmaci biologici, fino alle piccole molecole.
A confermare la vitalità del comparto, osserva, sono anche i risultati delle principali aziende italiane. Oltre a Menarini, cita Italfarmaco, che ha lanciato una nuova terapia per la distrofia muscolare di Duchenne, Dompé con il farmaco per la cheratite neurotrofica, Chiesi, impegnata in nuove acquisizioni internazionali, e Angelini, che ha rafforzato la propria presenza negli Stati Uniti.Per Menarini il 2025 si è chiuso con ricavi record pari a 4,887 miliardi di euro, in crescita del 6,2%, realizzati per l'81% sui mercati esteri. L'obiettivo dichiarato è superare i cinque miliardi di fatturato nel 2026, sostenuto da un piano di investimenti superiore ai 500 milioni di euro, con particolare attenzione alla ricerca e sviluppo, che quest'anno dovrebbe superare i 540 milioni già investiti nel 2025. Tra i programmi più attesi c'è quello in oncologia. Aleotti conferma che nel 2027 potrebbero arrivare risultati decisivi per almeno un farmaco oggi in fase III di sviluppo contro il tumore della mammella. Parallelamente, il gruppo punta ad accelerare i tempi della ricerca anche attraverso l'impiego dell'intelligenza artificiale e nuove partnership industriali, soprattutto nel Sud-Est asiatico e in Centro America.
Il nodo principale, però, riguarda il contesto europeo. Per la vicepresidente di Confindustria l'Unione europea sta perdendo terreno nella competizione internazionale a causa di un sistema regolatorio sempre più complesso. "Fra il 2019 e il 2024 sono state approvate in Europa 13mila leggi. Servono 1.425 ore solo per leggerle", sottolinea, evidenziando come la proliferazione normativa e la burocrazia stiano scoraggiando gli investimenti. Secondo Aleotti, gli effetti sono già evidenti. Gli investimenti diretti esteri destinati all'Europa sarebbero passati da 450 a 150 miliardi di euro dopo il 2019, mentre il peso europeo nei brevetti farmaceutici è sceso dal 31% al 20%. Nello stesso periodo gli Stati Uniti sono saliti al 34% e la Cina al 28%, rafforzando il proprio ruolo sia nella produzione dei principi attivi sia nello sviluppo delle tecnologie del futuro.
L'imprenditrice chiarisce di non chiedere una deregulation, ma una politica industriale capace di mettere le imprese europee nelle condizioni di competere ad armi pari con gli altri grandi player globali. "A furia di considerarci solo un mercato, ci siamo dimenticati di fare politica per l'Europa come luogo dove si produce, si attirano investimenti e si costruisce innovazione", osserva, avvertendo che senza un cambio di paradigma il rischio è quello della "desertificazione industriale", con ripercussioni anche sul welfare. Tra le criticità evidenziate anche il tema del prezzo dei farmaci. In Europa, ricorda Aleotti, i prezzi sono regolati dalle autorità pubbliche e da anni seguono una dinamica prevalentemente al ribasso, mentre i costi di produzione sono aumentati in modo significativo. Una situazione che, insieme alla concorrenza cinese e alle pressioni per localizzare la produzione nei mercati di destinazione, rischia di spingere gli investimenti verso altre aree del mondo.
Quanto al Servizio sanitario nazionale, Aleotti invita a evitare letture eccessivamente pessimistiche. "Dobbiamo smetterla con i catastrofismi, il Servizio sanitario nazionale è una risorsa", afferma. Pur riconoscendo le sfide poste dall'invecchiamento della popolazione e dall'aumento della domanda di cure, ritiene necessario aprire una riflessione sul contributo che il settore privato può offrire senza alterare i principi fondanti del sistema pubblico. "Bisogna ragionare su dove può inserirsi un sostegno privato, in modo che il Servizio sanitario nazionale non venga snaturato", conclude.
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