sanità
13 Novembre 2023 Bene nel far accedere i cittadini ai propri dati sanitari, sensibile più degli altri al tema della sicurezza dei database, ma arretrata nell’accogliere l’innovazione, nel far dialogare banche datie nell’adottare standard tecnologici. È il giudizio che ci si fa sull’Italia leggendo il 28° Report Ocse
Bene nel far accedere i cittadini ai propri dati sanitari, sensibile più degli altri al tema della sicurezza dei database, ma arretrata nell’accogliere l’innovazione, nel far dialogare banche dati (anche regionali) e nell’adottare standard tecnologici. È il giudizio che ci si fa sull’Italia leggendo il 28° Report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nella parte dedicata alla rivoluzione digitale dei sistemi sanitari. Il Report misura la prontezza degli stati membri nel cavalcare la transizione digitale, per migliorare la qualità delle cure come per monitorare lo stato di salute della popolazione o per cooperare al benessere individuale con i fascicoli sanitari online (electronic health records EHR). In pandemia, i più grandi progressi li hanno registrati Regno Unito, Stati Uniti e Canada nel management dei percorsi di cura e Spagna e Regno Unito nel costruire reti di operatori sanitari; e ancora: Spagna e paesi del Centro Europa nella semplificazione della ricetta. Il confronto con la Spagna ci vede attardati.
L’Ocse valuta per 26 paesi quattro indicatori: l’analytics readiness valuta se un servizio sanitario è capace di utilizzare dati sia per target primari come la cura la cura sia per secondari come ricerca e controllo della spesa; la technology readiness osserva quanto un paese è pronto ad assorbire nuovi standard tecnologici; la data readiness attiene gestione dei dati e sicurezza; e l’human factor readiness comprende temi come la formazione del personale sul digitale, ma non solo. Ciascun indicatore ha dei sotto indicatori, puntualmente valutati. Paesi scandinavi e repubbliche baltiche sono avanti come capacità di far interagire banche dati diverse tra loro ed utilizzare al meglio i dati prodotti. L’Italia è tra i top 11 su 26 paesi censiti quanto ad accessibilità e trasparenza del Fascicolo sanitario per il cittadino. Vari paesi UE assicurano l’accesso solo ad alcuni documenti; altri, ben avanzati come la Corea del Sud, prediligono forme off line di accesso. Più avanti però leggiamo che non abbiamo ancora adottato standard certificativi per le piattaforme dove viaggiano gli EHR. Nel costruire processi per mettere in rete gli operatori, poi, il nostro paese nemmeno figura nella classifica. Ci rifacciamo, con una performance di livello anche superiore alla media europea, in tema di accessibilità dei portali e capacità del SSN di intercettare le richieste d’informazione del cittadino. Siamo nella media per quanto riguarda la duttilità delle istituzioni sanitarie nel comunicare con operatori e cittadini: una classifica quest’ultima dominata da Corea del Sud, avanti nel disegnare le architetture dei sistemi, Paesi nordici, Spagna e Regno Unito, esemplare quest’ultimo nella capacità di dialogo con l’utenza. Come standard di interoperabilità fra sistemi sanitari regionali e con sanità di altri paesi abbiamo adottato HL7-FHIR ma non anche SMART on FHIR, implementazione dedicata alle tecnologie per la sanità.
Tra le scoperte in questo capitolo del Report, la prevalenza ormai evidente dei sistemi di comunicazione mobili; l’Italia in questo mercato ha margini di crescita, da noi c’è un’utenza per residente, e in Estremo Oriente, Usa e Scandinavia si viaggia verso le due. Sulla sicurezza digitale abbiamo una strategia nazionale, ma non una vision specifica per la sanità, che invece caratterizza “competitor” come Regno Unito, Germania e Francia. Siamo tra i tanti paesi del “gruppone” che hanno elaborato strategie per la sanità in pochi specifici campi – due su dieci – quali supporto pubblico all’alimentazione delle banche dati e sicurezza dei dati, ma intanto siamo poco reattivi nell’adottare nuove tecnologie. E siamo infine fanalini di coda (quartultimi davanti a Bulgaria e Polonia per l’Europa) nella formazione degli operatori sanitari. Oltre che ultimi – in buona compagnia con la Svezia – nelle iniziative di coinvolgimento dei cittadini nei processi di digitalizzazione.
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