Pnrr
29 Maggio 2025A distanza di tre anni dal varo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), dei 19,2 miliardi di euro stanziati per la sanità, ne sono stati effettivamente spesi appena 3,5 miliardi, pari al 18,1% del totale

A distanza di tre anni dal varo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), la Missione 6, dedicata alla salute, rischia di trasformarsi in un’occasione mancata. A lanciare l’allarme è il 37° Rapporto Italia di Eurispes, che mette nero su bianco ritardi drammatici nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale, evidenziando una spesa reale che rimane clamorosamente al palo: dei 19,2 miliardi di euro stanziati per la sanità, ne sono stati effettivamente spesi appena 3,5 miliardi, pari al 18,1% del totale. I dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze aggiornati a dicembre 2024 parlano chiaro. Se la cornice normativa è stata tracciata nei tempi, l’attuazione concreta – affidata a Regioni e enti locali – arranca. E dove il sistema sanitario doveva diventare più vicino ai cittadini, con Case della comunità e Ospedali di comunità, si contano numeri impietosi: su 1.843 progetti finanziati per oltre 4 miliardi, i pagamenti eseguiti si fermano a 361 milioni. Meno del 9%.
La lentezza riguarda proprio una delle riforme più attese del Pnrr: quella dell’assistenza sanitaria di prossimità, pensata per alleggerire il peso sugli ospedali e rafforzare la rete di servizi sul territorio. Una svolta che sulla carta doveva tradursi in nuove strutture accessibili, medicina di base potenziata, cure domiciliari e innovazione tecnologica. Ma che, nei fatti, sta inciampando nella farraginosità della macchina amministrativa e nelle disuguaglianze territoriali. Secondo Eurispes, il Pnrr sta di fatto ampliando il divario Nord-Sud. Mentre Regioni come Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia registrano percentuali di attuazione alte (con punte del 95% di cantieri avviati), il Mezzogiorno resta impantanato. In Molise, Sardegna e Calabria i ritardi sfiorano o superano il 90%. Anche Campania, Puglia e Sicilia arrancano. A pesare sono carenze strutturali: fragilità amministrative, scarsa capacità progettuale, mancanza di personale tecnico. La sanità pubblica, da sempre cartina tornasole delle disuguaglianze italiane, rischia così di uscire dalla stagione del Pnrr più diseguale di prima. “Il rischio è che le regioni già più fragili finiscano per perdere risorse non spese e restino tagliate fuori dal processo di modernizzazione del sistema sanitario”, si legge nel rapporto.
Non mancano investimenti ambiziosi, soprattutto sul fronte dell’innovazione digitale. La piattaforma nazionale di telemedicina, lanciata da Agenas nel febbraio 2025, ha a disposizione 1,5 miliardi di euro. L’obiettivo: assistere 800mila pazienti da remoto entro il 2026. Allo stesso tempo, la creazione di un Ecosistema dei dati sanitari alimentato dal Fascicolo sanitario elettronico dovrebbe garantire una svolta nella raccolta e nell’analisi dei dati clinici. Ma anche qui, tra obiettivi e realtà, resta il nodo dell’attuazione. A emergere con chiarezza è che dove la governance regionale è solida e multilivello – come in Emilia Romagna o nella Provincia autonoma di Trento – i risultati arrivano. Dove invece la regia politica è debole o frammentata, il Pnrr fatica a produrre cambiamenti strutturali. Il cronoprogramma europeo non prevede proroghe, e l’Italia non può permettersi di perdere questa occasione storica di rilancio del suo Servizio sanitario nazionale. Il rischio, come segnala Eurispes, è che i fondi ci siano, ma la sanità territoriale – quella che serve a milioni di cittadini – rimanga un cantiere mai aperto.
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