Autonomia differenziata
15 Giugno 2026Audizione alla Camera sugli schemi di intesa con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Aceti: "Mancano le condizioni necessarie per procedere. A rischio equità, solidarietà e unità del Servizio sanitario nazionale"

L'autonomia differenziata in sanità rischia di trasformarsi in una "riforma al buio", capace di ampliare le disuguaglianze territoriali e compromettere i principi fondanti del Servizio sanitario nazionale. È l'allarme lanciato da Tonino Aceti, presidente di Salutequità, durante l'audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera sugli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Secondo Salutequità, allo stato attuale non esistono "le condizioni necessarie e sufficienti" per consentire l'avanzamento del percorso di approvazione delle intese nella materia della tutela della salute e del coordinamento della finanza pubblica. Nel corso dell'audizione, Aceti ha evidenziato come il quadro normativo e organizzativo alla base della riforma sia caratterizzato da profonde incertezze. Tra queste, la situazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), il cui aggiornamento procede con lentezza, l'annullamento del Decreto tariffe da parte del Tar Lazio e la mancata emanazione del nuovo provvedimento, l'assenza di reali costi e fabbisogni standard e un sistema di riparto delle risorse tra le Regioni giudicato iniquo.
"Si tratta di tutti elementi che costituiscono il presupposto dell'autonomia differenziata e che oggi risultano ancora irrisolti", ha spiegato Aceti. Uno dei principali rilievi avanzati dall'associazione riguarda la mancanza di una valutazione indipendente sugli effetti che una maggiore autonomia delle quattro Regioni richiedenti potrebbe produrre sul resto del Paese. Secondo Salutequità, non sono stati adeguatamente analizzati gli impatti economico-finanziari sulle altre Regioni, le possibili conseguenze sulla mobilità sanitaria dei cittadini e dei professionisti, né gli effetti sull'equità di accesso alle cure e sul rispetto uniforme dei diritti dei pazienti. "Procedere senza queste valutazioni significa esporsi al rischio di una riforma i cui effetti reali non sono noti né governabili", ha sottolineato Aceti. Particolarmente critica, secondo l'associazione, è anche la situazione dei Lea. Gli attuali livelli essenziali di assistenza risalgono al 2017 e non sarebbero più pienamente in grado di rispondere ai bisogni di salute della popolazione né all'evoluzione epidemiologica e tecnologica. Le recenti sentenze del Tar Lazio, inoltre, hanno contribuito a generare ulteriore incertezza sui diritti effettivamente esigibili dai cittadini. Un altro nodo riguarda la definizione dei costi e dei fabbisogni standard. Salutequità evidenzia come tali parametri continuino a essere determinati prevalentemente sulla base di dati storici e negoziazioni politiche, senza una metodologia oggettiva che tenga conto dei reali bisogni assistenziali, dell'innovazione tecnologica, della povertà sanitaria e delle caratteristiche epidemiologiche dei territori. Critiche arrivano anche al Nuovo sistema di garanzia (Nsg), che monitora l'erogazione dei Lea. Pur rappresentando un passo avanti rispetto al passato, secondo l'associazione il sistema continua a essere parziale e incapace di valutare aspetti cruciali come la disponibilità di personale sanitario, i tempi di attesa nei pronto soccorso o l'accesso alle innovazioni. I dati più recenti mostrano inoltre significative differenze regionali, con otto Regioni risultate inadempienti, tra cui la Liguria, una delle amministrazioni che hanno richiesto maggiore autonomia.
Per Salutequità, le disposizioni che consentirebbero alle Regioni autonome di definire tariffe di rimborso differenziate, destinare maggiori risorse al personale o incrementare le prestazioni sanitarie potrebbero rafforzare ulteriormente i sistemi sanitari più forti. In assenza di adeguati meccanismi perequativi, il rischio sarebbe quello di un crescente drenaggio di pazienti, professionisti e risorse dalle aree più fragili del Paese.
L'associazione chiede inoltre l'introduzione di sistemi indipendenti di monitoraggio e verifica degli effetti della riforma, nonché una revisione della composizione della Commissione paritetica Stato-Regione, prevedendo la presenza di componenti esterni e indipendenti. "La durata e l'efficacia delle intese non possono essere subordinate soltanto all'equilibrio economico-finanziario e alla corretta erogazione dei Lea nelle Regioni che richiedono l'autonomia, ma devono garantire anche la neutralità degli effetti per lo Stato e per le altre Regioni", ha affermato Aceti. Alla luce delle criticità evidenziate, Salutequità ritiene che l'attuale quadro normativo e operativo sia ancora troppo fragile per procedere con gli schemi di intesa. "Procedere in queste condizioni – ha concluso Aceti – significherebbe mettere a rischio i principi di equità, solidarietà e unità che sono alla base del Servizio sanitario nazionale, esponendo i cittadini a una pericolosa frammentazione dei diritti e delle opportunità di cura".
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