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Medici di Famiglia

26 Maggio 2025

Medici di famiglia, le Regioni accelerano: doppio canale tra convenzionamento e dipendenza

I medici di medicina generale potranno scegliere tra il mantenimento del regime di convenzione o l’ingresso come dipendenti del SSN, inquadrati come dirigenti medici dell’area Sanità. Ecco la proposta


medico pressione visita

Una riforma rimasta per anni sulla carta si prepara finalmente a diventare realtà. Il rapporto tra i medici di famiglia e il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è pronto a cambiare volto, grazie a un documento di indirizzo messo a punto dalle Regioni che delinea un doppio canale operativo: i medici di medicina generale potranno scegliere tra il mantenimento del regime di convenzione o l’ingresso come dipendenti del SSN, inquadrati come dirigenti medici dell’area Sanità. La proposta, condivisa informalmente dal presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga con i governatori e destinata ad arrivare nei prossimi giorni al ministro della Salute Orazio Schillaci, nasce dall’esigenza di dare finalmente attuazione a quanto previsto anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr): potenziare la medicina del territorio attraverso l’integrazione funzionale dei medici nelle Case e Ospedali di Comunità, strutture cardine della sanità del futuro finanziate con oltre 3 miliardi di euro.

Per i medici che resteranno convenzionati verranno introdotti “obblighi normativamente cogenti”, in particolare in termini di debito orario settimanale e prestazioni da garantire al di fuori della libera negoziazione contrattuale. Una sorta di “quota obbligatoria” di lavoro all’interno delle nuove strutture territoriali, che – come sottolineano le Regioni – dovrà essere sottratta alla contrattazione collettiva nazionale e regionale per garantire l’effettivo avvio dell’organizzazione prevista dal Pnrr. Anche chi rimarrà convenzionato dovrà prestare servizio all’interno delle Case di Comunità, secondo regole e orari stabiliti a livello normativo. La proposta nasce già nel settembre del 2021, in piena emergenza Covid, quando le Regioni avevano redatto un primo documento che denunciava le “criticità del convenzionamento”, auspicando un superamento del sistema attuale in favore di “regole chiare e attività esigibili”. Tuttavia, il cambio di Governo e l’assenza di un intervento normativo hanno congelato qualsiasi ipotesi riformatrice. Oggi, a tre anni di distanza, l’iniziativa trova nuovo slancio, spinta anche dalla volontà politica espressa dal ministro Schillaci e dalla premier Meloni. Il riferimento normativo sarà l’articolo 25 della legge 833/1978, che già prevedeva la possibilità di prestare l’assistenza di base sia in forma dipendente sia in regime convenzionale. La novità è che ora quelle possibilità verranno rese “effettivamente esigibili”.

Il documento tecnico elaborato dalle Regioni contiene dieci punti chiave per la riforma della medicina generale. Tra i più rilevanti:

  • Assunzione diretta dei medici da parte del SSN, come dirigenti medici a tempo pieno;
  • Possibilità di passaggio dal regime di convenzionamento a quello di dipendenza;
  • Superamento della formazione regionale: il percorso post-laurea diventa universitario, con regia accademica nazionale;
  • Introduzione di un accreditamento vero e proprio per gruppi di medici (cooperative, reti integrate) che operano nelle Case di Comunità;
  • Ridefinizione del ruolo del medico di medicina generale come parte attiva e integrata dell’assistenza territoriale, con obiettivi misurabili;
  • Copertura economica integrale della riforma, da garantire a livello statale per evitare squilibri regionali.

Per tradurre il piano in realtà servirà un intervento legislativo. “Una norma è necessaria per riformare la materia e aggiornare i principi ispiratori del SSN”, si legge nel documento. Secondo indiscrezioni, l’esecutivo starebbe valutando la possibilità di procedere tramite decreto-legge, per imprimere un’accelerazione ai tempi e agganciare pienamente gli obiettivi del Pnrr. Restano, tuttavia, sul tavolo nodi sindacali, il delicato equilibrio tra autonomia professionale e organizzazione pubblica, e soprattutto la questione finanziaria. 

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