Prcreazione assistita
09 Maggio 2025In Italia sono attivi circa 80 centri dedicati all’oncofertilità, ma persistono diseguaglianze territoriali e criticità nell’accesso alle cure. È quanto emerge dal documento presentato oggi dalla Conferenza delle Regioni

In Italia sono attivi circa 80 centri dedicati all’oncofertilità, ma persistono diseguaglianze territoriali e criticità nell’accesso alle cure. È quanto emerge dal documento presentato oggi dalla Conferenza delle Regioni alla Commissione Affari Sociali della Camera. I centri non sono distribuiti in modo eterogeneo: Lombardia guida con 52 strutture di procreazione medicalmente assistita, mentre realtà come le Marche e la Calabria stanno ancora completando la rete regionale. In Veneto risultano attivi sette centri, più del minimo previsto.
Le Regioni segnalano che la presa in carico dei pazienti oncologici avviene mediamente entro 48-72 ore, come in Toscana e Lazio, ma permane la necessità in alcune zone di inviare i pazienti fuori regione per mancanza di strutture dedicate. La Regione Marche, ad esempio, ammette che i pazienti oggi sono indirizzati a centri extra-regionali e che solo da settembre 2025 sarà operativo un centro dedicato ad Ancona.
La Conferenza mette anche in evidenza criticità normative. Il recente decreto ministeriale ha elevato a 46 anni il limite di età per accedere alle tecniche di fecondazione, ma nei percorsi di oncofertilità a carico del Servizio Sanitario Nazionale l’età massima resta di fatto 40 anni, creando incertezza tra gli operatori. Inoltre, viene segnalata la necessità di definire indicatori nazionali per monitorare quanti pazienti oncologici under 38 ricevono informazioni tempestive sulla possibilità di preservare la fertilità prima delle cure.
Alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia, hanno già adottato percorsi specifici e formano regolarmente il personale sanitario sui temi della preservazione della fertilità nei pazienti oncologici. Altre, come il Veneto, hanno attivato collaborazioni tra centri oncologici e di PMA per garantire la continuità assistenziale. Ma nella relazione viene sottolineato che in diverse aree permane scarsa conoscenza dei percorsi da parte dei centri oncologici locali, con conseguente rischio di disuguaglianze nell’accesso.
In Trentino, Valle d’Aosta e Bolzano esistono centri unici provinciali che coprono tutta la popolazione, mentre in altre regioni, come Abruzzo e Basilicata, le strutture operano in sinergia con le Breast Unit e con le reti oncologiche locali.
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