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15 Febbraio 2023

Vaccini antinfluenzali insufficienti per anziani e fragili, la ricerca Bocconi

Contro l’influenza, in Italia si comprano meno vaccini di quelli che servirebbero. Servirebbe una cabina regia nazionale per mirare gli interventi sulla popolazione a rischio. I dati arrivano dall'evento “Vaccinazione antinfluenzale mission (im)possible?” organizzato da SDA Bocconi con il contributo incondizionato di Sanofi


Contro l’influenza, in Italia si comprano meno vaccini di quelli che servirebbero a raggiungere i tassi di copertura raccomandati dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Anziani e fragili sono più svantaggiati di altre categorie. Le regioni non si riforniscono tutte con la stessa solerzia, e molte evidenziano carenze, per colpe non sempre loro. Servirebbe una cabina regia nazionale per mirare gli interventi sulla popolazione a rischio. I dati arrivano dal recente evento “Vaccinazione antinfluenzale mission (im)possible?” organizzato da SDA Bocconi con il contributo incondizionato di Sanofi.
Premessa: la popolazione target per la quale l’OMS raccomanda il vaccino è costituita da bambini tra 1 e 6 anni; individui affetti da almeno una cronicità; anziani over-65; donne in gravidanza o post-partum; personale sanitario a contatto con il pubblico, anche di strutture private, vigili del fuoco, lavoratori a contatto con il bestiame. In tutto, si tratta di oltre 24,5 milioni di individui. L’analisi a cura di Francesca Lecci, Associate Professor of Practice, Niccolò Cusumano (Osservatorio Masan) e Laura Giudice (Junior Lecturer), evidenzia che per loro nella stagione 22-23 sono state acquisite poco meno di 16 milioni di dosi di vaccino, 8 milioni in meno del fabbisogno (fonte: capitolati d’appalto dei database dell’Agenzia Anti-Corruzione Anac). «Si tratta di tutti gli acquisti effettuati da soggetti pubblici con gara regionale od in aggregazione, resta fuori quanto acquisito sul mercato dalle farmacie territoriali e pagato dal cittadino che non rientra nelle fasce tutelate», spiega Lecci. In altre parole, «per le ultime fasce “fragili”, che non pagano la vaccinazione perché coperte in via prioritaria, copriamo i due terzi del fabbisogno, quando il target di copertura è del 75%. E le categorie a rischio sono più scoperte di altre. Ad esempio, per gli anziani over 65 nel 2022 sono state messe a gara 6,2 milioni di dosi di vaccini potenziati a fronte di una popolazione di oltre 14 milioni di individui».

«In realtà –prosegue Lecci – allo stato attuale non avrebbe senso comprare vaccini potenziati per il 100% degli over 65: la percentuale raccomandata dal ministero della Salute è il 75% e partiamo da tassi di copertura più bassi. Ma non molte regioni rispettano il target: lo fanno Lazio ed Abruzzo, il Molise copre il 79% e l’Umbria il 74%. Altre realtà piccole, da Bolzano alla Sardegna con il 27%, coprono con vaccini ad alto tasso di efficacia meno di un terzo degli anziani, e tra le regioni più grandi Toscana e Lombardia coprono rispettivamente il 32 ed il 39%, mentre in Piemonte scendiamo al 16%. Ciò non vuol dire che gli anziani non vengano vaccinati: semplicemente ricevono vaccini standard che non sono specifici per soggetti fragili». L’analisi mostra come i vaccini adiuvati e potenziati proteggano da complicanze influenzali in particolare cardiopatici e diabetici ed abbiano un impatto positivo anche gli anni successivi alla somministrazione. «All’estero, in Germania l’agenzia nazionale per le vaccinazioni ha raccomandato l’uso esclusivo dei vaccini potenziati su over 60, anche in Usa e nel Regno Unito c’è indicazione in tal senso. In Italia c’è una raccomandazione meno vincolante». C’è poi un secondo problema: i tempi. «In media, le raccomandazioni del Ministero della Salute arrivano 140 giorni dopo le indicazioni dell’OMS cioè quando le gare sono state effettuate. Per il 2022, ad esempio, le regioni hanno iniziato ad acquistare a marzo, in tempo utile per consentire all’industria di produrre i vaccini richiesti. E, in assenza di indicazioni cogenti, sembrerebbe essere l’andamento storico il criterio guida».

Se in Italia le dosi sono richieste in base all’entità della domanda, in paesi come il Regno Unito il National Health Service ogni anno revisiona i fabbisogni con precisione e cerca di massimizzare l’adesione dei pazienti e di avvicinarsi al tasso copertura raccomandato da OMS. In Italia l’adesione cresce. Ma lo fa –ad eccezione della campagna 2020-21 – con estrema lentezza a tassi dell’1-2% annuo. «Cambiare atteggiamento–dice Lecci– richiederebbe la raccolta tempestiva di nuove evidenze; invece il numero di quanti si sono vaccinati in autunno lo scopriamo solo a luglio dell’anno dopo, quando è già alle porte l’influenza della stagione successiva e le regioni hanno già deciso gli acquisti».
Rimedi? «Abbiamo rilevato due aspetti su cui lavorare. In primo luogo, manca un regista della vaccinazione, dove entrano in scena attori diversi: centrali d’acquisto eterogenee, Asl per smistare i vaccini ai luoghi di distribuzione, canali di somministrazione diversi. In secondo luogo, mancano dei dati in grado di portare un livello responsabilizzazione più elevato. Ad esempio, sappiamo che in Germania oltre il 90% dei vaccini è somministrato da medici di famiglia; in Italia, il dato di chi somministra è disperso, e nell’elenco potenziale ci sono hub ospedalieri, farmacie, medici di medicina generale, ambulatori di sanità pubblica; l’unico dato di cui potremmo disporre in maniera tempestiva è quello, circoscritto, delle residenze socioassistenziali per anziani, le Rsa. Ma se non abbiamo evidenza di come usiamo i canali distributivi, come facciamo a responsabilizzare questi ultimi?» Per Lecci, il “direttore d’orchestra” non deve essere necessariamente un ente statale. «Un’Agenzia nazionale può dettare regole sull’acquisto vaccini e lavorare su esitazione vaccinale raccomandando di somministrare i vaccini giusti ai target appropriati al momento giusto. Ma per “mirare” il vaccino sulla popolazione alla resa dei fatti servono azioni mirate a livello locale».

TAG: AZIENDE

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