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21 Luglio 2025

Farmaceutica europea nel mirino: Trump valuta dazi fino al 30%

Il presidente degli Stati Uniti,  Donald Trump, sta spingendo per dazi minimi del 15-20% in un eventuale accordo con l'Unione europea su una vasta gamma di merci europee, incluse quelle del settore farmaceutico


tariff trump

La tensione commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea si intensifica, con il presidente Donald Trump che sta spingendo per l'introduzione di dazi minimi tra il 15% e il 20% su una vasta gamma di merci europee, incluse quelle del settore farmaceutico. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il presidente statunitense sta valutando anche tariffe più elevate, fino al 30%, persino nel caso di un'intesa con Bruxelles. Il comparto farmaceutico è tra i più esposti. A lanciare l’allarme è Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che in un’intervista a La Stampa ha dichiarato che dazi del 30% sulle esportazioni farmaceutiche italiane provocherebbero una perdita di oltre 4 miliardi di euro. Ma, sottolinea Cattani, il danno più grave lo subirebbero proprio gli Stati Uniti, sia in termini economici sia sul piano della salute pubblica: “Ci sarebbe un sensibile calo del Pil, uno spostamento degli investimenti verso la Cina, un aumento dei prezzi e una carenza diffusa di farmaci”.

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, ha espresso un giudizio negativo sui recenti colloqui a Washington, lasciando presagire un'escalation del confronto. Sul tavolo c’è ora il timore di una guerra commerciale che avrebbe effetti a catena su economie e sistemi sanitari da entrambe le sponde dell’Atlantico. Secondo Cattani, già oggi la svalutazione del dollaro rispetto all’euro sta rendendo meno competitive le esportazioni europee, mentre nei drugstore americani si rischiano “vuoti sugli scaffali” per categorie cruciali come antibiotici, anti-ipertensivi, farmaci oncologici, neurolettici e medicinali per malattie rare. “È più facile trovare un drone che un farmaco salvavita”, afferma provocatoriamente. Nel frattempo, aziende come Sanofi, Novartis, AstraZeneca e Roche stanno già annunciando piani di investimento per impiantare linee produttive negli Stati Uniti, ma secondo gli esperti serviranno almeno 3-4 anni per rendere operative le nuove strutture. In Italia una decina di imprese starebbe valutando la delocalizzazione, ma senza ancora iniziative concrete. Il timore è che, nell’immediato, non ci sia un’alternativa credibile per mantenere la catena di fornitura in equilibrio.

Secondo un’analisi de Il Sole 24 Ore, l’Italia è tra i Paesi europei più penalizzati: già oggi l’export verso gli USA è soggetto a un dazio medio dell’8%, e un ulteriore aumento renderebbe insostenibili molte operazioni commerciali. Il rischio non è solo economico, ma strategico: “Le nostre eccellenze farmaceutiche potrebbero perdere posizioni su uno dei mercati più importanti al mondo”, si legge nel report. Anche altri Paesi Ue, come Grecia, Spagna e Irlanda, iniziano a fare i conti con gli effetti potenziali della politica protezionistica statunitense. Madrid ha già annunciato un piano da 14,1 miliardi per sostenere i settori colpiti, mentre ad Atene e Dublino si temono ricadute su agroalimentare, leasing aereo e tecnologia medica.

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