Screening
01 Ottobre 2026Uno studio coordinato da IQVIA individua barriere organizzative e propone una roadmap per integrare il test nei percorsi assistenziali

Il test uACR, che misura il rapporto tra albumina e creatinina nelle urine, è già disponibile e riconosciuto dalle linee guida, ma in Italia non viene ancora utilizzato in modo sistematico per identificare precocemente il rischio renale e cardiovascolare. È quanto emerge dal rapporto indipendente "Test uACR nella routine clinica", realizzato da un board scientifico multistakeholder coordinato da IQVIA e commissionato e finanziato da Boehringer Ingelheim, che non ha contribuito alla stesura del testo finale. Lo studio è stato presentato a Roma nell'ambito dell'evento "Rischio cardiovascolare e malattia renale: il valore di un test per la diagnosi precoce", promosso in occasione della prima EU Screening Week, la settimana dedicata a screening e diagnosi precoce promossa dalla Commissione europea dal 28 settembre al 4 ottobre nel quadro del Safe Hearts Plan. Secondo l'analisi, a frenare l'impiego dell'uACR sono soprattutto barriere organizzative, operative e culturali. Il test risulta infatti scarsamente integrato nei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) e non è sempre prescritto, identificato, eseguito e interpretato secondo modalità omogenee.
"L'uACR è già eseguibile, ma non è ancora sempre prescritto, identificato, eseguito e utilizzato secondo modalità omogenee", spiega Luca Pinto, Senior Principal Real World Solutions, Head of Engagement Solutions Italy&Greece di IQVIA. Il problema, sottolinea, non riguarda quindi l'indisponibilità tecnologica, ma "riconoscibilità, standardizzazione e integrazione organizzativa". L'uACR consente di rilevare la presenza di albumina nelle urine, un indicatore precoce di danno renale. Per Giuseppe Grandaliano, professore ordinario di Nefrologia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, "l'uACR esprime il danno d'organo" e le linee guida KDIGO ne raccomandano da anni l'utilizzo insieme alla stima del filtrato glomerulare (eGFR), per una più precisa stratificazione del danno renale e del rischio cardiovascolare. La questione riguarda anche la medicina generale. Gaetano Piccinocchi, medico di medicina generale e tesoriere nazionale SIMG, evidenzia che la prescrizione dell'uACR è ancora poco frequente nei database dei medici di famiglia e richiama il problema della sua attuale collocazione nel Nomenclatore tariffario nazionale. Tra le priorità indicate vi sono quindi l'inserimento del test nei PDTA e l'attribuzione di un codice identificativo dedicato, uniforme e riconoscibile, con l'obiettivo finale dell'inserimento nei Lea.
Dal confronto tra i diversi professionisti è emersa inoltre la necessità di rendere i risultati confrontabili tra laboratori. "Occorre rendere le misure confrontabili tra laboratori diversi, sia nel risultato sia nel modo in cui questo viene espresso", osserva Michele Mussap, direttore di Medicina di Laboratorio della Fondazione Ospedale Villa Salus e IRCCS San Camillo di Venezia e delegato SIBioC. La roadmap elaborata dal gruppo di lavoro individua quindi tre direttrici: integrare sistematicamente l'uACR nei PDTA, definire un'identificazione chiara e univoca del test e favorire una gestione laboratoristica condivisa, per assicurare standardizzazione e armonizzazione delle modalità di esecuzione. Secondo Antonio Girelli, componente della Commissione Affari sociali della Camera, l'iniziativa dovrebbe tradursi anche in un intervento istituzionale: il deputato ha annunciato la presentazione di una mozione sul tema. "Favorire l'identificazione precoce del rischio cardiovascolare e renale attraverso strumenti semplici e validati significa intercettare prima i bisogni di salute, ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire percorsi di cura più tempestivi ed efficaci
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