Insonnia
11 Novembre 2025La ricerca condotta da Idorsia accende i riflettori su una condizione troppo sottovalutata. Gli esperti: non riconoscere il disturbo, può compromettere salute mentale e fisica

Due donne su cinque soffrono di insonnia cronica senza saperlo. Dormono male per oltre cinque notti a settimana da più di sei anni, ma non riconoscono il disturbo come una malattia. È quanto emerge da una ricerca condotta da Idorsia su 200 donne italiane tra i 40 e i 60 anni, presentata al congresso della Società Italiana di Psichiatria (SIP), che si è tenuto a Bari. I numeri sono eloquenti: il 68% delle intervistate si dichiara insoddisfatta del proprio sonno, il 62% avverte conseguenze nella vita quotidiana, e il 72% segnala effetti negativi su umore e salute mentale. «L’insonnia cronica è una vera e propria patologia, non un disagio passeggero né un effetto dello stress», ha sottolineato Amedeo Soldi, direttore medico di Idorsia Italia. «Con una diagnosi precoce possiamo cambiare la storia clinica di questi pazienti. Restituire dignità al sonno significa restituire salute».
Il disturbo, ha ricordato Matteo Balestrieri, co-presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF), riguarda fino al 10% della popolazione adulta e va considerato «una patologia autonoma e non solo un sintomo di ansia o depressione». I criteri diagnostici definiscono l’insonnia cronica come la difficoltà ad addormentarsi o i risvegli notturni per almeno tre notti a settimana per oltre tre mesi consecutivi. A confermare la dimensione del fenomeno è anche un’indagine Elma Research per ONDA, condotta su 122 donne con patologie croniche neurologiche, psichiatriche o reumatologiche: il 57% riferisce un peggioramento dei sintomi legato al sonno disturbato, mentre una su due fatica a gestire la propria malattia di base. «Dormire male amplifica i disturbi e riduce la capacità di reazione», ha spiegato Sara Carloni, coordinatrice dell’area salute mentale di ONDA. «È urgente riconoscere l’insonnia cronica come patologia indipendente: solo così si può migliorare anche il decorso delle altre malattie».
Secondo Emi Bondi, direttrice del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze di Bergamo, le donne sono più vulnerabili per una combinazione di fattori biologici e sociali. «Le variazioni ormonali, la gestione di ruoli multipli e la difficoltà a “staccare” favoriscono la cronicizzazione dell’insonnia. Molte non la considerano un problema di salute, ma un effetto inevitabile dell’età o della menopausa. È un errore che pagano caro».
Sulla stessa linea Claudio Mencacci, co-presidente SINPF: «Il medico di famiglia ha un ruolo chiave: è la prima sentinella. Deve sospettare un’insonnia cronica quando il paziente lamenta stanchezza persistente, irritabilità o scarsa concentrazione. Riconoscere la patologia permette di impostare un percorso terapeutico corretto e di evitare trattamenti inadeguati o eccessivamente prolungati».
Come ricordato da Guido Di Sciascio, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Bari, «il 37% delle donne in menopausa fa uso di sedativi o psicofarmaci da più di cinque anni: un segnale che il disturbo viene ancora affrontato in modo sintomatico e non risolutivo». Oggi le linee guida internazionali indicano la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I) come trattamento di prima scelta, mentre la farmacologia moderna punta su molecole che agiscono sui meccanismi neurobiologici del sonno, più fisiologiche e con minori effetti collaterali.
Anna Capasso
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