LAVORO
28 Aprile 2025«Prevenire non è un costo, ma un dovere, un atto di civiltà, nei confronti di chi lavora», ha dichiarato il Presidente della Commissione di albo nazionale dei TPALL, in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro

Riconoscere e valorizzare le competenze, rafforzare i Dipartimenti di prevenzione e promuovere una solida cultura della sicurezza sul lavoro. Queste alcune delle proposte avanzate dalla Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro (TPALL) della FNO TSRM e PSTRP per contrastare il fenomeno delle morti e degli infortuni che nel nostro Paese, in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. «Prevenire non è un costo, ma un dovere, un atto di civiltà, nei confronti di chi lavora, di chi produce e per l’intera popolazione. Finché non ci sarà il giusto riconoscimento della valutazione del rischio, continueremo a contare le vittime sul lavoro. E non saranno morti per caso, ma per assenza di cultura, per carenze strutturali e per miopia politica. È tempo di un cambio di passo. Va costruito un modello di prevenzione organizzato, capace di mettere la salute al centro, come diritto fondamentale e non come variabile accessoria», afferma Vincenzo Di Nucci, Presidente della Commissione di albo nazionale dei TPALL.
I numeri parlano chiaro. Per l’INAIL, solo nei primi due mesi di quest’anno, sono 97 le persone che hanno perso la vita sul lavoro. A questi vanno conteggiati i morti degli incidenti in itinere (che si verificano, cioè, nel tragitto casa-lavoro), i casi di invalidità permanente, a cui restano da aggiungere le 15 mila nuove denunce per malattie professionali. Studi epidemiologici hanno rilevato che, nel nostro Paese, le casistiche di tumori causati da esposizione professionale sono comprese tra il 4 e il 7% delle nuove diagnosi, ovvero ogni anno vengono colpiti tra i 7mila e i 13mila lavoratori. Si tratta di una strage silenziosa, che si somma a quella degli infortuni e che equivale, per dimensioni, alla scomparsa di interi centri abitati. «Non sono solo cifre o semplici statistiche, ma nomi, volti, storie spezzate, comunità lavorative e famiglie che non saranno più le stesse», spiega Di Nucci. In particolare, la Commissione di albo fa sapere che in Italia, i Tecnici della prevenzione deputati alla funzione ispettiva, sono circa 2.108, a fronte di una popolazione di quasi 59 milioni di abitanti e di oltre 3 milioni di imprese con dipendenti, per un totale di circa 25 milioni di addetti. Il quadro che emerge è allarmante: in sintesi, per ogni 28mila abitanti è presente un solo TPALL, che si traduce in uno ogni 1.500 imprese, ovvero un Tecnico della prevenzione per 11.800 lavoratori. Da ciò emergono implicazioni operative piuttosto gravi, che rendono evidente quanto il sistema attuale sia distante da una reale capacità di controllo del territorio. Con l’organico oggi disponibile, si stima che per completare una sola visita a tutte le imprese, in alcune regioni di Italia, potrebbero servire oltre quindici anni. Cifre, queste, che evidenziano un divario profondo anche rispetto agli standard europei, che prevedono almeno un TPALL ogni 10 mila abitanti. Dunque, mancano circa 3.600 professionisti e, secondo la Commissione di albo, per essere maggiormente efficaci, sarebbero necessari almeno 5.900 Tecnici operativi in questo settore. «Senza un investimento deciso e duraturo nella dotazione di personale, la sicurezza sul lavoro rischia di rimanere un obiettivo solo su carta» sottolinea Di Nucci.
Per lavorare nell'ambito della salute e sicurezza occorrono competenze certificate, frutto di un percorso di studi rigoroso. Eppure, ancora oggi, la prevenzione è spesso affidata a figure non qualificate e formate con corsi di poche ore. Ciò che la Commissione di albo nazionale ritiene fondamentale è che la prevenzione nei luoghi di lavoro sia affidata in primis ai TPALL e che le assunzioni nel pubblico impiego, siano riservate solo a figure con lauree tecniche e sanitarie. Il personale che opera nei Dipartimenti di prevenzione è insufficiente, pertanto, secondo la Commissione andrebbe rafforzato. A tenere banco è il tema delle risorse, sono necessarie, ma dovrebbero essere certe e continuative per attuare dei piani di prevenzione regionali e nazionali, per la realizzazione dei programmi di audit partecipati e di responsabilità sociale. «Non basta – conclude Di Nucci - la sola vigilanza, serve cultura. La prevenzione non si improvvisa e non si impone: si costruisce con competenze scientifiche, presenza sul territorio e relazioni umane. È un’attività sanitaria a tutti gli effetti, e come tale va riconosciuta. Se davvero vogliamo cambiare rotta, serve un piano concreto di riconoscimento e potenziamento della nostra professione».
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