Intervista
21 Settembre 2023 Oggi si celebra la giornata mondiale dell’Alzheimer, un’occasione per sensibilizzare su un problema di sanità pubblica importante e in crescita, con effetti a livello sanitario, economico e sociale. Una patologia, l’Alzheimer, che “non si limita solo a ridurre la memoria, ma che riduce l’aspettativa di vita di chi ne è affetto”, sottolinea Sandro Sorbi, past president di Airalzh
Oggi si celebra la giornata mondiale dell’Alzheimer, un’occasione per sensibilizzare su un problema di sanità pubblica importante e in crescita, con effetti a livello sanitario, economico e sociale. Una patologia, l’Alzheimer, che “non si limita solo a ridurre la memoria, ma che riduce l’aspettativa di vita di chi ne è affetto”, come sottolinea a Sanità33 Sandro Sorbi, past president di Airalzh, l’Associazione Italiana Ricerca Alzheimer, e ordinario di Neurologia dell’Università di Firenze.
Come spiega l’esperto, “la malattia di Alzheimer è la più frequente tra le demenze, visto che ne è affetto circa il 50% dei pazienti. Parliamo di numeri importanti dato che in Italia le persone con qualche forma di demenza sono un milione e mezzo, quindi circa 700-800 mila saranno affetti da Alzheimer”. Il punto critico, secondo Sorbi, è che i pazienti con la malattia neurodegenerativa “hanno una sopravvivenza limitata. In Italia – spiega – la sopravvivenza media è di sette/otto anni. Inoltre, si calcola che una famiglia su quattro/una su cinque ha avuto un familiare affetto da demenza”.
Nonostante questo, la malattia di Alzheimer è un problema negletto, con l’Italia che è stato uno degli ultimi Paesi in Europa a dotarsi di un Piano sanitario nazionale per le demenze. Di contro, “la ricerca avanza”, prosegue Sorbi, spiegando che negli USA ci sono tre nuovi farmaci a base di anticorpi in uso sperimentale grazie all’approvazione accelerata. “Parliamo di tre terapie veramente innovative rispetto a quello che c’è a disposizione”, sottolinea il neurologo, anche se si basano sulla scoperta di trent’anni fa che i depositi di amiloide nel cervello sono responsabili della malattia. “Nel frattempo, per fortuna, sono state fatte molte altre scoperte, che ci permettono di dire che non tutti i pazienti sono uguali, che ci sono forme genetiche diverse della malattia e che ci sono fattori metabolici, immunitari o meccanismi di trasmissione cellulare che hanno un ruolo nella patologia, ma che probabilmente è diverso da paziente a paziente”, osserva Sorbi, secondo il quale “il futuro da immaginare nelle terapie tagliate sul paziente”.
Un altro elemento importante su cui puntare è la diagnosi precoce, anche perché, come ricorda l’esperto, “in commercio ci sono già quattro farmaci che rallentano la progressione della malattia ed è chiaro che bisogno arrivare prestissimo, perché prima si assumono e meglio è”. Addirittura, il gruppo di Sorbi è incluso in un trial internazionale in cui si sta sperimentando “il trattamento dei familiari di pazienti con forme ereditarie della malattia, che per fortuna sono rarissime, prima che manifestino la patologia neurodegenerativa”, racconta il neurologo.
A proposito dell’impegno dell’associazione Airalzh, invece, Sorbi spiega i progetti finanziati di interesse, come la sperimentazione su tecniche di stimolazione transcranica. Questa strategia “ha mostrato come effettuando un allenamento cognitivo in una persona in fase iniziale della malattia di Alzheimer, mentre si effettuano queste stimolazioni, si ottenga un maggior apprendimento e una persistenza più lunga degli effetti”, spiega l’esperto sottolineando che “anche se si tratta di uno studio che agisce su un sintomo, fare qualcosa per aiutare i malati, in questo caso a livello di apprendimento e memoria, è già qualcosa”.
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