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16 Aprile 2026Dal Q&A Forum Salute emerge l'urgenza di abbattere le liste d'attesa e stabilizzare la farmacia dei servizi per garantire cure e prossimità

Oltre le fragilità strutturali, il futuro del Servizio sanitario nazionale risiede in una sfida evolutiva fondata su tre pilastri: prevenzione, tecnologie innovative e modelli di cura rinnovati.
A queste tre direttrici ha volto lo sguardo la terza edizione del Q&A Forum salute, l’evento promosso a Roma da Adnkronos. In base a un’indagine condotta dalla stessa agenzia di stampa, condotta tra fine febbraio e inizio aprile su oltre 6.300 utenti, sul rapporto tra cittadini e sistema sanitario cresce l’attenzione verso la prevenzione, ma persistono difficoltà nell’accesso alle cure. Il livello di fiducia verso la sanità pubblica si mantiene significativo, con il 58% degli intervistati che dichiara di avere fiducia nel sistema, ma nel confronto con la stessa rilevazione dello scorso anno questo dato scende (dal 65% al 58%), salendo di conseguenza chi si dice sfiduciato (dal 35% al 42%). Il dato più critico riguarda l’accesso alle prestazioni con il 70% degli intervistati che afferma di aver rinunciato almeno una volta a esami o cure a causa delle lunghe liste d’attesa. Una pressione che spinge sempre più cittadini verso il privato: il 45% dichiara di avervi fatto ricorso nell’ultimo anno. Nonostante ciò, il ricorso a strumenti integrativi resta limitato, con solo il 29% che dispone di un’assicurazione sanitaria.
La farmacia dei servizi e un nuovo Piano sanitario
Della farmacia dei servizi, quale presidio sanitario di prossimità strategico per il Servizio sanitario nazionale, in particolare nei territori più interni e fragili del Paese, ha parlato Marcello Gemmato, sottosegretario di Stato alla Salute. “La stabilizzazione di questo modello – dice –, sostenuta con un finanziamento dedicato di 50 milioni di euro, consente di migliorare l’accessibilità alle cure, soprattutto per anziani e soggetti più vulnerabili. Sul fronte delle carenze, stiamo rafforzando gli strumenti normativi per favorire la produzione nazionale di farmaci e principi attivi e monitorare tempestivamente eventuali criticità, a tutela della continuità terapeutica”. In una video intervista rilasciata alla Adnkronos, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ribadisce l’impegno nel portare avanti il lavoro per il Pnrr e di voler realizzare un nuovo Piano sanitario nazionale. “Sono certo – dichiara il ministro – di poter chiudere prima dell'estate il Piano che manca da 15 anni, uno strumento utile per le Regioni, il governo e i cittadini per stabilire chi fa cosa in maniera moderna e adatta. Siamo tornati ad essere la seconda nazione più longeva al mondo, ciò significa che il nostro servizio sanitario nazionale funziona. È chiaro che può essere migliorato e penso innanzitutto a quello che viene vissuto dai cittadini come probabilmente il problema più grave, cioè le lunghe liste d'attesa. Sono certo che nel prossimo mese Agenas finalmente potrà rendere pubblici i dati regione per regione”.
Un piano Marshall per la salute
Il problema centrale della sanità odierna non risiede esclusivamente nel cronico disinvestimento economico, secondo Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, ma riguarda piuttosto l'urgenza di evolvere un sistema che, “a quarantotto anni dalla sua nascita – ricorda –, necessita di un profondo progresso strutturale. Esiste – aggiunge – il rischio concreto di generare confusione tra gli strumenti epidemiologici e quelli di sorveglianza, finendo per compromettere l'autonomia decisionale del medico. Per superare questa impasse, è necessario ridefinire il concetto di presa in carico, garantendo che ogni professionista operi nel luogo di cura più idoneo alle proprie competenze e alle necessità del paziente”. Questa trasformazione richiede un vero e proprio "piano Marshall" per la salute, “sostenuto – suggerisce Di Silverio – da un coraggio politico che sappia affrontare i problemi in modo sistemico. In questo scenario, l'autonomia differenziata rischia di diventare un elemento destabilizzante, capace di drenare professionisti dalle aree più fragili verso quelle più virtuose. Per evitare un simile squilibrio, il ministero dovrebbe agire come un ente regolatore centrale, offrendo una tutela diretta e rafforzata alle regioni che versano in condizioni di maggiore criticità”.
Rafforzamento strutturale dei nodi intermedi
Uno dei temi affrontati nel dibattito è stata la carenza del personale sanitario. “Quella degli infermieri in particolare non è nuovo”, ricorda Barbara Mangiacavalli, Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi). Negli anni sono stati adottati una serie di provvedimenti (assegni di studio e bonus) ma “oggi – precisa – la carenza di organico e la fuga dei professionisti all'estero evidenziano che, oltre al necessario adeguamento salariale, serve un riconoscimento dell'autonomia decisionale e delle competenze specialistiche per rendere il territorio un ambito lavorativo attrattivo e non di serie B rispetto all'ospedale”. I nuovi modelli assistenziali devono quindi basarsi sulla stratificazione della popolazione per rischio, utilizzando la tecnologia e la telemedicina non come fini ma come mezzi per assicurare una sorveglianza costante, superando le attuali frammentazioni regionali per garantire un diritto alla salute uniforme su tutto il territorio nazionale. Spostare la presa in carico verso il domicilio è una strategia necessaria, ma “incompleta – sottolinea Mangiacavalli – se non accompagnata da un rafforzamento strutturale dei nodi intermedi come le Case della comunità, poiché la casa può diventare un luogo di cura efficace solo se inserita in una rete che garantisca sicurezza clinica e non isolamento per le famiglie. La transizione demografica verso una popolazione sempre più anziana impone l'abbandono definitivo dei silos professionali a favore di una reale integrazione multiprofessionale, dove l'infermiere di famiglia non sia un semplice esecutore ma il fulcro di un sistema che integra assistenza sanitaria e supporto sociale”.
Disparità inaccettabili tra i cittadini
La riforma della legislazione farmaceutica, attraverso l’approvazione di un testo unico, è stata al centro di una tavola rotonda in cui i partecipanti hanno sottolineato la discrasia tra il ruolo dell'agenzia regolatoria e la realtà operativa dei territori. “Sebbene esista – evidenzia Tonino Aceti, presidente di Salutequità – un’autorità nazionale deputata a fissare il prezzo dei farmaci e a gestire il Prontuario farmaceutico nazionale attraverso una programmazione annuale di investimenti, la frammentazione decisionale derivante dai prontuari e dai centri decisionali regionali e aziendali altera profondamente l'omogeneità del sistema. Questa stratificazione normativa, spesso interpretata come una distorsione del Titolo V, finisce per compromettere la garanzia e la tempestività dell'accesso alle cure, creando disparità inaccettabili tra i cittadini a seconda della regione di appartenenza. Non è più sostenibile che decisioni assunte a livello nazionale vengano poi rinegoziate o rallentate in sede locale; dal punto di vista dell'utente, l'approvazione di un farmaco da parte di Aifa dovrebbe tradursi in un'erogazione immediata e uniforme su tutto il territorio nazionale, senza ulteriori barriere burocratiche regionali”.
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