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Governo e Parlamento

17 Febbraio 2023

Autonomia differenziata, il Governo accelera. Ordini in allerta. Le ultime novità

Il governo accelera sul fronte dell’autonomia differenziata e trasmette in conferenza delle Regioni il disegno di legge quadro sulle intese tra stato e singole giunte regionali che chiedono più poteri in 23 materie concesse dalla Costituzione, tra cui la sanità


Il governo accelera sul fronte dell’autonomia differenziata e trasmette in conferenza delle Regioni il disegno di legge quadro sulle intese tra stato e singole giunte regionali che chiedono più poteri in 23 materie concesse dalla Costituzione, tra cui la sanità. L’avvio del processo di “devolution” da una parte allarma il mondo delle professioni sanitarie, dall’altra però sposta l’accento dal tema, sanitario, dei livelli essenziali di assistenza-LEA ai livelli essenziali delle prestazioni-LEP, che comprendono tutte le materie di governo interessate dall’autonomia (lavoro, trasporti etc) e i diritti civili e sociali da garantirsi in tutto il Paese. Entro un anno la Cabina di Regia presso la presidenza del Consiglio deve individuare i LEP, inclusivi dei LEA, e le evidenze prodotte andranno approvate dalle Camere con un’altra legge. Questa settimana si registrano una presa di posizione forte sul fronte LEA del Presidente Omceo Firenze Pietro Dattolo, e sul fronte LEP l’avvio del Network sulle Diseguaglianze sociali dell'associazione Hospital & Clinical Risk Managers (Hcrm), guidato dal Professor Alberto Firenze e dalla ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità Raffaella Bucciardini, e presentato di recente in Sicilia. Laddove il ddl del governo esordisce rassicurando sul fatto che l’obiettivo dell’autonomia per le regioni del Nord non è dividere il Paese, “ma far sì che tutte le regioni aumentino la velocità”, da Firenze l’ordinista Dattolo ammonisce: «La campagna vaccinale ha dimostrato che la sanità ha bisogno di un coordinamento centrale per rispondere tempestivamente alle necessità della popolazione. Stiamo commettendo un errore di presunzione su un ambito estremamente complesso, il Sistema Sanitario Nazionale rappresenta il paracadute per la popolazione di massima difficoltà nelle emergenze come è stato il Covid e qui invece (…) si rischia di mettere in pericolo un servizio pubblico universale, gratuito, uniforme, indispensabile andando incontro “a una totale disomogeneità, a una carenza nelle comunicazioni e nei rapporti sociali, senza cooperazione e interconnessione dei servizi sanitari”, oltre che all’accrescimento dei divari tra regioni, e ad una deriva privatistica.

Salvatore Amato presidente Omceo Palermo ha ospitato i lavori di presentazione del Network italiano sulle diseguaglianze sociali, che prendono spunto da un modello già applicato nel Regno Unito dall’epidemiologo Michael Marmot, che agisce su determinanti sociali consentendo di mirare interventi per ridurre al minimo le criticità più profonde. «Noi partiamo dai LEP, non dai LEA, e da fenomeni come la dispersione scolastica, che sono spia di una diffusa diseguaglianza sociale. In Italia, come in Inghilterra, in Grecia, in Turchia si continua ad investire poco sull’istruzione anche in presenza, al Sud, di tassi di abbandono del 20% già alle elementari. In questo contesto, da una parte è velleitario pretendere un “buon uso” dei servizi sanitari da parte di una popolazione che ha priorità più essenziali, o l’adesione a stili di vita sani; dall’altra, deficit sull’istruzione o sulla prevenzione si accompagnano a problemi in ambiti quali sviluppo del bambino, condizioni di lavoro, reddito minimo; è a partire da questi campi che dobbiamo affrontare il tema dei livelli essenziali delle prestazioni per capire se già adesso non sia necessario un intervento correttivo sul fronte della spesa». Quando si riflette sui principi dell’autonomia, sulla necessità che le regioni ricche siano libere di correre, ventilando che le “povere” abbiano talora “zavorrato” lo sviluppo nazionale, la riflessione di Amato è che la Sicilia ha già conosciuto politiche di solidarietà, essendo uscita da anni di commissariamento grazie allo sforzo di un ceto medio non eccessivamente prospero sulle cui spalle è gravata l’imposizione aggiuntiva regionale (anche in sanità). «Noi come Ordine ci stiamo spendendo in Regione per indirizzare le non tante risorse disponibili sull’educazione sanitaria. Stamattina ero in Assessorato alla Famiglia. Stiamo portando avanti con l’Assessore due progetti, uno di medicina scolastica ed uno di medicina di genere, per agire contro i gap. Nel primo caso, una campagna di screening cardiologico che ha scoperto su 150 alunni 5 casi di cardiopatia congenita non nota alle rispettive famiglie, ci ha spinti a portare il medico nelle scuole medie inferiori per intraprendere percorsi di Basic Life Support Defibrillation e di educazione sanitaria e stili di vita. In parallelo, i risultati di un questionario sulla medicina di genere, 700 rispondenti, ci fanno capire che alcune caratteristiche dei gap tra condizione maschile e femminile non sono note nemmeno al camice bianco. L’80% dei rispondenti ha sentito parlare di medicina di genere, ma sui determinanti delle diseguaglianze che condizionano la vita, la salute e il destino della donna va fatta luce a partire dalla nostra categoria. E si deve comprendere che i problemi non partono solo dallo stile di vita, ma dall’assenza di soluzioni per la donna che lavora, e dalle carenze nei servizi sociali ed educativi. Da qui deve partire un’analisi seria delle condizioni in cui si sta per realizzare l’autonomia di altre regioni».

Infine, arriva una prima analisi tecnica del testo del Ddl a cura di Salutequità. Per il think tank guidato da Tonino Aceti, «determinare e finanziare i LEP non basta per garantire equità», nella bozza mancano: criteri di riparto del finanziamento che guardino adesso all’equità e alle caratteristiche specifiche delle Regioni; un Sistema di Garanzia dei LEP che permetta a “Roma” di monitorare loro effettiva ed equa erogazione nelle Regioni; una “approvazione e verifica degli standard nazionali di personale, tecnologici, organizzativi e infrastrutturali che dovranno concretamente sostenere i LEP”. Inoltre, se pure in ogni regione è prevista una Cabina di Regia per inquadrare normative e spesa storica dell’ultimo triennio, “non c’è traccia di una ricognizione sui bisogni essenziali e insoddisfatti dei cittadini da garantire mediante i LEP. In questo modo, di fatto, i Lep rischiano di ridursi solo ad un elenco più ordinato di ciò che già viene erogato”. Rigido anche il meccanismo di approvazione e revisione dei LEP: servono ricognizioni normativa e di spesa storica, adozione di uno schema di Decreto, acquisizione dell’Intesa in Conferenza Unificata, parere delle Camere, valutazione del Premier del contenuto dell’Intesa e del parere delle Camere, deliberazione del CDM, adozione del Decreto, finanziamento. Né premier e Mef sono obbligati a disporre verifiche su come la regione resa autonoma attui le materie devolute. Resta marginale il ruolo del Parlamento: non si capisce se l’atto di indirizzo che emana sullo schema di intesa preliminare di autonomia differenziata sia vincolante per il Premier; certo non lo sembra, a Salutequità, il parere che il Parlamento è chiamato ad esprimere in fase di determinazione dei LEP. Mancano infine progetti “per il livellamento infrastrutturale di tutte le Regioni”. E, per “rimuovere gli squilibri economici e sociali nelle Regioni fuori dell’intesa sull’autonomia differenziata, lo Stato può solo promuovere, e non anche assicurare, l’esercizio effettivo dei diritti civili e sociali”.

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