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01 Agosto 2025La lettera di Trump ai colossi del farmaco: 60 giorni per adeguare i listini USA al prezzo più basso tra i Paesi sviluppati. Ma per l’industria: “Così si danneggia l’innovazione”

Il presidente Donald Trump lancia un ultimatum all’industria farmaceutica: abbassare i prezzi dei farmaci negli Stati Uniti entro 60 giorni, allineandoli al cosiddetto Most Favored Nation Pricing, ovvero il prezzo più basso praticato in altri Paesi sviluppati. Lo fa con una lettera inviata personalmente a 17 CEO dei principali produttori mondiali, tra cui Pfizer, Johnson & Johnson, AstraZeneca, Novartis, Sanofi e GSK. “I cittadini americani sono stufi di sovvenzionare i sistemi sanitari stranieri”, scrive Trump. “Da oggi non accetterò più scuse, solo impegni concreti che portino sollievo immediato alle famiglie americane”.
La direttiva presidenziale parte da un ordine esecutivo firmato lo scorso maggio, in cui si ordinava di applicare il prezzo più favorevole disponibile nei Paesi OCSE a tutti i farmaci acquistati da Medicaid, e di estendere lo stesso principio a Medicare e alle assicurazioni private per i nuovi farmaci. Se non ci sarà adeguamento volontario, minaccia Trump, “il governo federale utilizzerà ogni strumento a disposizione per tutelare i cittadini da pratiche abusive sul prezzo dei farmaci”. Il piano prevede anche il reinvestimento degli utili realizzati all’estero per abbattere i prezzi negli USA; l’attivazione di programmi di vendita diretta a pazienti o imprese a prezzi calmierati; la fine dei privilegi per intermediari e distributori, ritenuti corresponsabili dell’aumento dei costi. La reazione dell’industria non si è fatta attendere. Secondo la PhRMA, la potente lobby del settore, la proposta Trump è “una minaccia alla leadership globale degli Stati Uniti in campo biotecnologico”. “Importare i controlli sui prezzi dall’estero – ha detto Alex Schriver, vicepresidente senior – comprometterebbe la capacità dell’America di innovare. Il vero problema non sono i listini, ma gli intermediari e la riluttanza degli altri Paesi a pagare il giusto”. A Wall Street, il messaggio ha già prodotto effetti: il comparto farmaceutico dell’indice S&P 500 ha chiuso ieri con un calo del 3%, con perdite fino al 5% per singole aziende come Merck, Amgen ed Eli Lilly.
Ci sono, però, limiti giuridici all’iniziativa. “Trump non ha l’autorità legale per imporre questi prezzi”, afferma Spencer Perlman, analista di Veda Partners. “Può tentare un programma pilota tramite il CMS Innovation Center, ma ci sarà sicuramente una pioggia di ricorsi”. Lo stesso Chris Meekins, di Raymond James, è scettico: “È una manovra politica ad alta visibilità. Trump sta usando la pressione pubblica per ottenere volontariamente ciò che non può imporre per legge”. Non è la prima volta che il presidente tenta la strada del Most Favored Nation pricing. Un analogo provvedimento per Medicare venne lanciato nel 2020 e subito bloccato dai tribunali. L’amministrazione Biden, nel 2021, lo archiviò definitivamente. Trump accusa apertamente i Paesi europei e sviluppati di approfittare dell’innovazione americana: “Il 75% dei profitti globali delle aziende farmaceutiche arriva dagli Stati Uniti, che rappresentano appena il 5% della popolazione mondiale. È inaccettabile che gli americani paghino cinque volte di più per gli stessi farmaci prodotti nelle stesse fabbriche”. L’iniziativa si inserisce nel più ampio sforzo del Presidente per posizionarsi come difensore delle classi medie, in un momento cruciale della campagna elettorale. Ma secondo gli esperti, l’impatto concreto potrebbe essere limitato: “La maggior parte degli americani non vedrà alcuna differenza nei prezzi che paga per i farmaci”, afferma Meekins.
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