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30 Luglio 2024Negli ultimi mesi, il mondo accademico ha assistito a dimissioni collettive da parte dei comitati editoriali di prestigiose riviste di neuroscienze. Questo gesto di protesta è stato una risposta diretta alle politiche di pubblicazione ritenute “non etiche e non sostenibili” che richiedevano agli autori costi proibitivi per la pubblicazione dei loro lavori

Negli ultimi mesi, il mondo accademico ha assistito a dimissioni collettive da parte dei comitati editoriali di prestigiose riviste di neuroscienze. Questo gesto di protesta è stato una risposta diretta alle politiche di pubblicazione ritenute “non etiche e non sostenibili” che richiedevano agli autori costi proibitivi per la pubblicazione dei loro lavori. Questo episodio si inserisce in una discussione più ampia sull’Open Access (OA), nato come movimento per garantire l’accesso all’informazione scientifica a chi non può permettersi gli elevati costi degli abbonamenti. Il fenomeno è descritto in un articolo di Davide Lovisolo, professore ordinario di Fisiologia presso l’Università di Torino e socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino, sul n.1/24 della rivista “pH”, progetto editoriale della Società Italiana di Fisiologia (SIF).
Il dibattito sull’OA si è evoluto nel tempo, con la nascita di riviste “predatorie” che, in cambio di costi di pubblicazione elevati, garantiscono maggiore visibilità agli articoli, indipendentemente dalla loro qualità. Anche le riviste consolidate hanno adottato questo modello, offrendo agli autori la possibilità di pubblicare in modalità OA a pagamento o secondo il tradizionale sistema ad accesso ristretto.
Il caso delle riviste di neuroscienze ha portato alla luce la discrepanza tra i costi di pubblicazione richiesti e i costi reali di produzione, sollevando questioni etiche sulla legittimità di trarre profitto da ricerche finanziate pubblicamente. In risposta, è stata fondata una nuova rivista (“Imaging Neuroscience”) con l’intento di offrire un’alternativa etica e sostenibile, con costi di pubblicazione ridotti e politiche inclusive per i ricercatori di paesi a basso reddito.
Questi eventi non sono isolati. Altri membri di comitati editoriali si sono dimessi in segno di disaccordo con le politiche delle loro case editrici, evidenziando una tendenza preoccupante verso l’aumento dei costi di pubblicazione e la pressione a pubblicare più articoli, spesso a discapito della qualità. La situazione è aggravata dal fatto che molte ricerche sono finanziate con fondi pubblici, ma i profitti derivanti dalla loro pubblicazione vanno a beneficio di entità private.
Un altro fronte di discussione riguarda la pratica delle lettere di rifiuto e il sistema di revisione dei lavori scientifici. L’accusa al sistema attuale, sottolinea Lovisolo, è di essere creatore artificiale di prestigio; rifiutando la maggioranza degli articoli ricevuti i giornali “selettivi” si costruirebbero una fama di arbitri di ciò che vale. Una nota rivista biologica (“OA eLife”) ha deciso di pubblicare tutti gli articoli ricevuti, accompagnandoli con le osservazioni dei revisori, in un tentativo di riformare il processo di valutazione e pubblicazione scientifica.
Infine, il futuro dell’OA è al centro di un dibattito globale. Iniziative come PlanS, sostenute da importanti istituzioni internazionali, mirano a rendere obbligatoria la pubblicazione OA per i ricercatori finanziati pubblicamente. Tuttavia, queste iniziative hanno incontrato resistenze e critiche, in particolare per aver involontariamente favorito le politiche di profitto delle case editrici e aumentato il divario tra paesi e istituzioni ricche e quelle svantaggiate.
La comunità scientifica si trova di fronte a una scelta: accettare lo status quo o reagire per preservare l’integrità e l’accessibilità della ricerca scientifica. La risposta a questa domanda potrebbe definire il futuro della diffusione e dell’utilizzo dei dati scientifici in un mondo sempre più guidato dal profitto.
Arturo Zenorini
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