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15 Gennaio 2024

L’allarme Ocse: sanità nazionali insostenibili. Longo (Cergas): Italia davanti a un bivio

L’Ocse prende atto della progressiva insostenibilità dei sistemi sanitari. E, nel descrivere le soluzioni adottate dalle nazioni per rianimare la sanità, costringe a prendere atto che l’Italia non ha ancora scelto. Nel documento “Fiscal sustainability of Health Systems, l’Organizzazione internazionale per il commercio e lo sviluppo economico si chiede come finanziare una salute più “resiliente”


L’allarme Ocse: sanità nazionali insostenibili. Longo (Cergas): Italia davanti a un bivio

L’Ocse prende atto della progressiva insostenibilità dei sistemi sanitari. E, nel descrivere le soluzioni adottate dalle nazioni per rianimare la sanità, costringe a prendere atto che l’Italia non ha ancora scelto. Nel documento “Fiscal sustainability of Health Systems, l’Organizzazione internazionale per il commercio e lo sviluppo economico si chiede come finanziare una salute più “resiliente” quando le disponibilità sono “tirate”. Nei paesi membri, il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo, dopo essere cresciuto dal 2000 al 2020 dal 7 al 9%, entro il 2040 potrebbe salire all’11,8-12%. In Italia la stessa spesa, vari punti sotto la media Ocse, cresce a tassi del 2-3% annui, molto inferiori all’inflazione. La pandemia ha spinto i paesi membri a riflettere sulle prestazioni ad alto valore aggiunto: prevenzione, formazione degli operatori, educazione sanitaria, informatizzazione dei dati. Per liberare più risorse per le cure fin qui i paesi membri hanno dovuto scegliere tra quattro opzioni, alternative tra loro fino ad un certo punto: aumentare la spesa pubblica e quella sanitaria in particolare, imponendo sacrifici alla popolazione; aumentare l’impatto della spesa sanitaria sul resto della spesa pubblica, ad esempio a spese di Difesa e Pensioni; approvare misure che favoriscono l’intervento della spesa sanitaria privata da parte di assicurazioni, mutue e Fondi integrativi; insistere sui tagli mettendo nel mirino le spese inefficaci. Su quest’ultimo punto, il Rapporto sottolinea come una serie di azioni di razionalizzazione della spesa potrebbero far risparmiare fino a 1,2 punti di Pil, e interventi preventivi volti a migliorare la qualità della vita dell’anziano aggiungerebbero risparmi per altri 0,4 punti percentuali. Tra le azioni virtuose che gli stati membri potrebbero mettere in pratica: un monitoraggio continuo del rispetto dei conti nel corso dell’anno; la definizione di budget su ambiti dove investire porta valore aggiunto (i già citati educazione sanitaria, e-health, formazione del personale); la programmazione attraverso piani poliennali (3-5 anni) con la previsione di bilanci a medio termine. Il bilancio a 3-5 anni, in particolare, dovrebbe considerare dei “driver” demografici e stipendiali tra le variabili capaci di condizionare la sostenibilità della spesa per le prestazioni; alcuni stati Ocse già ragionano così.

Tornando alle quattro opzioni, si intuisce come il nostro paese sia indeciso sulla scelta. L’ultimo rapporto Oasi di CERGAS/SDA Bocconi dice che non solo è ferma la spesa sanitaria pubblica, ma lo è anche la spesa per la salute dei privati, in un contesto in cui però gli italiani ormai pagano di tasca loro una visita specialistica su due ed un esame su tre. Alla presentazione, a novembre, si è fatta più concreta la riflessione sulla mediazione di forme assicurative, cui ricorrere là dove serve, evitando che i fondi sanitari offrano ciò che il servizio sanitario già dà, e salvaguardando le fasce deboli con forme di accompagnamento dei consumi privati. Francesco Longo, ricercatore del Cergas (Centro di Ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale) dell’Università Bocconi, tratteggia il dilemma di fronte al quale ci troviamo, a cavallo tra seconda e terza opzione Ocse. «Il dibattito politico italiano esclude di poter aumentare le tasse per finanziare la sanità. Dovremmo piuttosto ridurre l’impatto della spesa pensionistica per poter aumentare la spesa per i servizi reali del paese. Andare in pensione più tardi per liberare risorse per sanità, scuola e trasporti. In un paese dove un quarto della popolazione è anziana, e dove nel 2050 ci sarà un pensionato per ogni lavoratore, dove la vita media è 83 anni e dove ci sono più posti che lavoratori, non si dovrebbe più poter andare in pensione a 63 anni e restarci 20 anni, ma sarebbe necessario resistere il più possibile al lavoro, generando contributi e pagando le tasse fino a 70 anni. Se non abbiamo il coraggio di fare questo tipo di scelta è chiaro che si apre un secondo scenario: una sanità spinta sempre più verso il privato, per chi se la può permettere».

Tra le azioni, la budgetizzazione dei grandi investimenti nazionali e soprattutto la dizione “piani quinquennali” evocano più scenari da stato dirigista che soluzioni a problemi tremendamente attuali. Ma Longo sottolinea che è l’esatto contrario: «I bilanci a medio termine e la programmazione per step intermedi sono quanto stiamo facendo in Italia per attuare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Abbiamo i budget, realizziamo le opere nei tempi stabiliti, abbiamo “target” e “milestone” da rispettare. Stiamo apprendendo però, in sanità, che, se si lavora solo sui contenitori e non sui contenuti si rimane solo a metà dell’opera. Nel tirare su dei muri riusciamo ad arrivare nei tempi prefissati, ma ora arriva il difficile: si tratta di popolare questi “muri” di contenuti. Posto che non abbiamo risorse aggiuntive e quindi per disegnare i nuovi servizi come la casa di comunità o l’ospedale di comunità dobbiamo riallocare le risorse esistenti».

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