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02 Maggio 2022

Recovery plan, Magi (Sumai): troppa burocrazia. Serve Ssn più smart su gare d’acquisto.


La rinascita della sanità territoriale e il rinnovo del parco macchine degli ospedali, capitoli strategici del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, rischiano di non realizzarsi a causa di norme obsolete che ingabbiano i progetti e ne dilatano la realizzazione. L’allarme lo lancia Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici di Roma e segretario del sindacato degli specialisti ambulatoriali Sumai Assoprof. Al convegno "Come la pandemia da Covid-19 ha cambiato la nostra visione di cura", Magi ha sottolineato come, «se ci mettiamo 3 anni per fare un bando di acquisto per nuove tecnologie in una struttura sanitaria, quando queste arrivano sono già vecchie. Vanno sburocratizzate sia la parte di acquisizione che l'attività dei medici». Il secondo target è relativo proprio alla medicina territoriale: non basta fare le Case di comunità, serve dotarle –oltre che di apparecchiature, specie di telemedicina– di personale. «I finanziamenti non prevedono di riempire a breve queste strutture, al netto di tutti i medici che andranno in pensione o via dall'Italia perché non riescono ad ottenere un contratto». Certo, acquisti macchine e di personale sono due voci d’acquisto apparentemente diverse ma c’è un comune denominatore pesante: il rischio di sprechi, constatati “a posteriori”. In tema di apparecchiature, «aziende sanitarie e Regioni stanno firmando capitolati senza prima sentire gli operatori per conoscere che cosa serva davvero ai pazienti, in quali specialità, con quali priorità. Questo vizio di fondo si aggiunge alle modalità antiquate con cui si realizzano le gare per acquistare diagnostica e telemedicina: dopo l’aggiudicazione c’è l’immancabile ricorso che dilata i tempi. Quando l’apparecchiatura arriva in reparto, anni dopo che la gara è stata bandita, è già vecchia». Alternative? «Il Ponte Morandi è stato ricostruito, a Genova, in tempi contenuti togliendo vincoli burocratici. Uno dei modi per non lasciarsi tecnologia vecchia è concludere contratti che riservano alla struttura non la proprietà ma il comodato d’uso della macchina, o noleggiare a lungo termine. Oggi – dice Magi – nei parchi auto aziendali, appena un’auto è superata, il contratto prevede un cambio; anche in sanità il cambio potrebbe avvenire all’arrivo di nuove tecnologie. In questo campo, a ben vedere, non è tanto necessario abrogare normative esistenti con passaggi alle camere bensì cambiare abitudini operative».

Sul personale il discorso porta più lontano. «I giovani medici, usciti dal post-laurea non tendono a cercare sbocchi nel servizio sanitario nazionale per il quale sono stati formati. Sanno che il lavoro nella sanità pubblica rischia di non mettere in luce le loro qualità professionali, temono di essere impiegati per compiti diversi da quelli per cui si sono preparati e hanno investito. Da presidente d’Ordine, firmo ogni anno migliaia di good standing, certificati di buona condotta per i medici romani che vanno a lavorare all’estero. E per medici italiani che vanno via ce ne sono di stranieri che vorrebbero rimpiazzarli perché a loro volta vedono da noi condizioni di lavoro meno svantaggiose che al loro paese. Ma in questo modo ci allontaniamo dall’obiettivo di costruire una sanità su misura per questo paese. Quando nel 2025 case ed ospedali di comunità saranno a regime, non mancheranno solo medici di famiglia, ma anche specialisti, infermieri, altri professionisti; l’offerta di lavoro, si stima, sarà dimezzata. Ci avviamo verso nuovi sistemi di accreditamento, scaturite dalla necessità di ottimizzare l’apporto degli operatori intorno al paziente. L’offerta sanitaria territoriale non potrà disegnarsi al di fuori di una équipe dove non è centrale solo il medico né il solo medico è riferimento per il paziente; verrebbe da pensare ad un futuro in cui i concorsi si faranno per le équipe e non più per i singoli», dice Magi. In attesa, intanto, «servirebbero incentivi per trattenere il personale pubblico, una retribuzione gratificante in funzione di una diversa organizzazione e della partecipazione a modelli sperimentali. Di certo c’è che per questi modelli, che ancora non abbiamo ben chiari, serve una flessibilità che non è quella dei pur efficienti modelli della sanità privatizzata. A mio avviso, se per spendere meno si scommette solo su outsourcing e cooperative esterne al Ssn il rischio è di trovarsi di fronte modelli organizzativi inappropriati. Come oggi inappropriati, del resto, sono i software disegnati fuori dalla medicina, che obbligano i medici ad attenersi a regole diverse dalle loro, vincolandoli a fare cose che non devono fare, allungando i tempi».


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