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04 Marzo 2026

Hiv, Lazio avvia nuovi percorsi per le terapie long acting

La Regione Lazio punta a rafforzare prevenzione e presa in carico dell’Hiv con percorsi dedicati alle terapie iniettabili a lunga durata


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La Regione Lazio avvia nuovi percorsi assistenziali per l’Hiv con l’obiettivo di rafforzare prevenzione, diagnosi precoce e continuità terapeutica, con particolare attenzione alle terapie iniettabili a lunga durata d’azione. L’iniziativa è stata al centro dell’incontro “Hiv Call 2025-2026. Regione Lazio: nuove opportunità di gestione per l’emergenza sanitaria silente. Quali politiche a livello locale?”, svoltosi all’Istituto Luigi Sturzo di Roma con la partecipazione di rappresentanti istituzionali, specialisti e Terzo settore.

In Italia si stimano circa 150.000 persone che vivono con Hiv e il Lazio è tra le regioni con la più alta incidenza di nuove diagnosi, secondo il Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità. In questo contesto, è stato richiamato lo studio randomizzato Latitude, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che ha valutato il trattamento iniettabile mensile con cabotegravir e rilpivirina in persone con viremia persistente e difficoltà di aderenza alla terapia orale.

Nel trial, condotto su 306 persone, il fallimento terapeutico a 48 settimane è risultato pari al 22,8% nel gruppo trattato con formulazione iniettabile, rispetto al 41,2% nel gruppo in terapia orale standard. Secondo gli esperti intervenuti, il dato è rilevante perché riguarda una popolazione tradizionalmente difficile da trattare e apre nuove prospettive nella gestione clinica dell’infezione.

“La Regione Lazio ha avviato un nuovo percorso per rafforzare la presa in carico precoce delle cosiddette patologie silenti, intervenendo prima che si manifestino nelle loro forme più avanzate”, ha affermato Fabio De Lillo, direttore Ufficio Sanità del presidente Rocca con delega alla spesa farmaceutica. L’obiettivo, ha spiegato, è potenziare prevenzione e screening mirato, individuando le fasce di popolazione a maggiore rischio sulla base di dati epidemiologici, età e stili di vita.

L’adozione delle terapie long acting comporta anche una revisione dei modelli organizzativi. La gestione delle somministrazioni periodiche, il coordinamento tra strutture ospedaliere e servizi territoriali e il monitoraggio delle comorbidità richiedono percorsi dedicati e un’integrazione più stretta tra ospedale e territorio. “Le terapie long acting segnano un passaggio nella gestione dell’Hiv, poiché introducono una modalità programmata con il centro clinico”, ha sottolineato Andrea Antinori, direttore del Dipartimento clinico dell’Inmi Spallanzani di Roma, evidenziando la necessità di agende dedicate, personale formato e percorsi personalizzati.

Secondo Massimo Andreoni, membro del Consiglio superiore di sanità, l’Hiv resta una sfida di sanità pubblica e, in assenza di un vaccino, le strategie si fondano su prevenzione ed efficacia delle terapie antiretrovirali. La difficoltà di mantenere l’aderenza rappresenta un elemento critico, con ricadute cliniche ed epidemiologiche.

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