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08 Giugno 2026

Case di Comunità, mancano oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri. I dati Agenas

A meno di un mese dalla scadenza del Pnrr, solo una parte delle Case di Comunità rispetta gli standard previsti dal DM 77


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La realizzazione delle Case di Comunità previste dal Pnrr entra nella fase più delicata: quella del reperimento del personale necessario per garantirne il funzionamento. A meno di un mese dalla scadenza del 30 giugno 2026, i dati riportati dal Sole 24 Ore sulla base delle rilevazioni Agenas mostrano che il principale ostacolo non riguarda più le strutture, ma la disponibilità di medici e infermieri.

Secondo l'ultima rilevazione Agenas, sono 781 le Case di Comunità che risultano avere almeno un servizio attivo. Tuttavia, solo 204 dispongono di una presenza medica conforme agli standard previsti dal DM 77/2022 e soltanto 216 presentano una presenza infermieristica adeguata. Il fabbisogno residuo viene stimato in oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno.

Le Case di Comunità rappresentano uno degli interventi principali della Missione Salute del Pnrr. Il piano iniziale prevedeva 1.350 strutture finanziate con circa 2 miliardi di euro. Dopo la rimodulazione del 2023 il numero è stato ridotto a 1.038 sedi finanziate direttamente dal Pnrr, mentre la programmazione complessiva concordata tra Ministero della Salute e Regioni è salita a 1.715 strutture, da realizzare anche attraverso altre fonti di finanziamento.

Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, il rischio principale non è legato alla perdita dei finanziamenti europei, poiché molte delle strutture programmate sono sostenute da canali diversi dal Pnrr. La criticità riguarda piuttosto la capacità delle Case di Comunità di offrire una presa in carico completa dei cittadini attraverso la presenza coordinata di medici di medicina generale, infermieri, specialisti, punti unici di accesso e servizi territoriali.

Nel frattempo, le Regioni stanno valutando diverse soluzioni organizzative per colmare le carenze di personale. Tra le ipotesi considerate vi è un maggiore coinvolgimento di professionisti già dipendenti del Servizio sanitario nazionale, compresi specialisti ambulatoriali e personale territoriale, per garantire attività nelle Case di Comunità. Una proposta che ha però incontrato le riserve delle organizzazioni sindacali ospedaliere, che temono ulteriori pressioni su organici già ridotti.

L'articolo evidenzia inoltre come le strategie regionali siano molto differenziate. Emilia-Romagna e Toscana puntano sull'integrazione con reti territoriali già consolidate, mentre Veneto e Lombardia stanno sviluppando modelli che prevedono un maggiore utilizzo di telemedicina, specialistica territoriale e aggregazioni funzionali dei medici di medicina generale. Altre Regioni stanno invece rafforzando il ruolo degli infermieri di famiglia e comunità o sperimentando modelli organizzativi condivisi tra più sedi.

Dal confronto emerge un elemento comune: la trasformazione delle Case di Comunità in strutture pienamente operative dipenderà soprattutto dalla disponibilità di professionisti sanitari e dalla capacità dei sistemi regionali di integrare medicina generale, assistenza infermieristica e specialistica territoriale.

Il tema assume particolare rilevanza dopo le recenti difficoltà incontrate dal progetto di riforma della medicina generale sostenuto dal Ministero della Salute e dalle Regioni. In assenza di un rafforzamento degli organici, il rischio evidenziato dal Sole 24 Ore è quello di strutture attive solo parzialmente o prive della capacità di garantire una presa in carico completa dei pazienti sul territorio.

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