Farmaceutica
23 Marzo 2026La chiusura dello stretto di Hormuz ha conseguenze anche sugli approvvigionamenti di materie prime farmaceutiche da parte dell’Europa

“Le recenti tensioni e gli sviluppi nello Stretto di Hormuz, in un contesto già caratterizzato da elevata volatilità geopolitica e forte incertezza nel breve termine, riportano al centro il tema della vulnerabilità delle principali rotte commerciali globali. Tra i settori più esposti figurano le filiere pharma e tecnologiche, fortemente dipendenti da snodi logistici strategici e quindi particolarmente sensibili a eventuali interruzioni o rallentamenti dei flussi”.
Le valutazioni di Stefania Pesatori - Senior underwriter settore farmaceutico e sperimentazioni cliniche di QBE Italia, filiale italiana di uno dei maggiori player globali nel settore delle assicurazioni e riassicurazioni - mettono in evidenza come le tensioni internazionali recenti non possano non avere ripercussioni su un comparto, quello farmaceutico, che molto dipende dai commerci con l’estremo oriente. Al momento è difficile quantificare le conseguenze sulla filiera di questa situazione di stallo, mentre “in un orizzonte di circa sei mesi sarà possibile disporre di dati più solidi per valutare gli effetti reali sul comparto, verosimilmente riconducibili a rallentamenti produttivi e pressioni al rialzo sui prezzi. Nel breve termine, infatti, lo scenario resta dominato da ipotesi legate a possibili ritardi nelle forniture”.
Rafforzare le catene di approvvigionamento
Fa notare Pesatori che “il recente report di QBE sul Critical Medicines Act evidenzia come il settore farmaceutico europeo dipenda in misura crescente da fornitori esterni per materie prime e componenti intermedi, in particolare per i principi attivi (API). Circa il 70% dei farmaci dispensati in Europa è costituito da generici e la produzione dei loro input si è progressivamente spostata fuori dall’Ue”. Stiamo assistendo negli ultimi decenni a una progressiva dipendenza dell’Europa nell’ambito cruciale delle materie prime farmaceutiche. Non a caso da qualche anno si è ricominciato a parlare, anche in Italia, di reshoring, ovvero di riportare le produzioni all’interno dell’Unione, impresa però molto onerosa e comunque non realizzabile in tempi brevi.
Rimanendo all’emergenza attuale si sbaglia a credere che la chiusura, parziale o totale, dello Stretto di Hormuz, danneggi esclusivamente i traffici internazionali di petrolio e gas: “Eventuali rallentamenti lungo rotte strategiche come Hormuz possono incidere su tre dimensioni chiave: interruzioni della supply chain, aumento dei costi operativi e deterioramento della qualità del credito per le imprese più esposte. Per il settore farmaceutico, la continuità della supply chain rappresenta l’elemento più critico. Se da un lato l’aumento dei costi energetici si riflette trasversalmente su tutti settori, dall’altro ritardi nella disponibilità di materie prime e componenti intermedi possono rallentare o interrompere l’attività produttiva”. È pur vero che “in presenza di shock logistici o geopolitici, la filiera farmaceutica attiva meccanismi di risposta operativa per contenere gli impatti, intervenendo sugli approvvigionamenti attraverso fornitori alternativi e piani di backup logistici e gestionali. Si tratta tuttavia di soluzioni di breve periodo: la sostituibilità dei fornitori è limitata da vincoli regolatori, requisiti qualitativi e tempi di validazione, rendendo difficile sostenere la produzione nel lungo termine senza effetti sulla capacità produttiva e sulla profittabilità”.
Non ci sono soluzioni agevoli a portata di mano ma, conclude Pesatori, va seguito con attenzione “il percorso europeo del Critical Medicines Act, il cui iter legislativo ha registrato ulteriori sviluppi nel 2026. L’iniziativa mira a rafforzare la resilienza della filiera farmaceutica europea, riducendo le dipendenze esterne e sostenendo una maggiore capacità produttiva interna. Alla luce delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento assume un rilievo ancora più strategico: episodi che mettono sotto pressione snodi logistici critici evidenziano l’urgenza di costruire un sistema più autonomo e in grado di garantire continuità nelle forniture anche in contesti di elevata instabilità”.
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