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Intervista

28 Dicembre 2022

Dati in sanità, Mennini: importanti per corretta programmazione e pianificazione

L'obiettivo principale di un sistema sanitario nazionale «oltre ad essere quello di curare e prevenire le malattie, è anche quello di cercare e di effettuare una programmazione e pianificazione sanitaria che sia degna di questo nome». Parla così a Sanità33 Francesco Mennini


L'obiettivo principale di un sistema sanitario nazionale «oltre ad essere quello di curare e prevenire le malattie, è anche quello di cercare e di effettuare una programmazione e pianificazione sanitaria che sia degna di questo nome». Parla così a Sanità33 Francesco Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata e Professore di Economia e Programmazione Sanitaria presso il Dipartimento di Statistica dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; illustrando i punti salienti del suo contributo al volume “I dati. Il futuro della Sanità. Strumenti per una reale innovazione”, realizzata da Fondazione Roche, con il supporto di Edra S.p.A.

Ai fini di una corretta programmazione e pianificazione sanitaria, in un sistema sanitario solidaristico come il nostro, secondo Mennini, risulta «fondamentale misurare, monitorare e registrare tutte le attività che caratterizzino l'assistenza sanitaria e, conseguentemente, riuscire a realizzare un sistema in cui tutti gli interlocutori possano interagire e anche attingere alle informazioni. In maniera tale da garantire una corretta informazione in tempo reale». L’esperto precisa che «programmare e pianificare in sanità non vuol dire solo impatto economico, ma anche essere in grado di definire quali sono i livelli essenziali di assistenza che vanno rispettati, quali sono i percorsi diagnostico terapeutici che devono essere eseguiti e quali sono le tecnologie che devono essere utilizzate. Per fare tutto questo, però, abbiamo bisogno di informazioni che provengono dai dati e database».

«Negli ultimi anni lo scenario della sanità pubblica in Italia è mutato: il progresso scientifico, la ricerca, lo sviluppo d nuove tecnologie e di farmaci e dispositivi medici hanno determinato un netto miglioramento della qualità e aspettativa di vita dei pazienti. Tutto questo, però, non è stato accompagnato da uno sviluppo digitale adeguato», osserva. Secondo Mennini, invece, «l’innovazione della sanità in chiave digitale può e deve rappresentare uno degli obiettivi necessari del nostro sistema Paese, così da determinare un vero cambiamento strutturale». «Le nuove tecnologie stanno completamente scardinando i punti fondamentali per lo sviluppo e valutazione di un farmaco o dispositivo medico. Questo implica che sia i processi di valutazione (Hta) sia di regolazione devono cambiare. Sistemi digitali più potenti possono, inoltre, facilitare la raccolta e analisi di grandi quantità di dati. Gli studi economici di real-word rappresentano, inoltre, un altro esempio di una pratica che può essere facilitata dalla digitalizzazione dei sistemi informativi», conclude.

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Commenti (1)

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Giovanni Colonna

1 mese fa

Mennini ha fondamentalmente ragione, “una programmazione e pianificazione sanitaria che sia degna di questo nome si fonda sui Big Data in sanità che hanno la potenzialità di orientare le politiche per la salute, indirizzare gli investimenti in ricerca e sviluppo e influenzare la vita dei singoli individui e dell’intera popolazione, oltre che generare un importante ritorno economico.”
È anche vero che “il patrimonio dei dati sanitari teoricamente a disposizione del Paese è attualmente sottoutilizzato, sia per le differenze di gestione a livello territoriale e di singole strutture, sia per approcci conservativi da parte dei soggetti pubblici e privati.”
Ed è anche vero che “La condivisione dei protocolli, l’opportunità di rendere interoperabili i dati, avendo strutture e strumenti coerenti che ci consentono di fare integrazione. Lo vediamo tra le Regioni, negli ospedali, tra il pubblico e il privato.”
Tutti questi pareri sono corretti ma ripetono dei mantra ben noti di molti che non sanno di cosa parlano.
Il problema maggiore è politico ed indipendente dal colore. L’informatizzazione è principalmente organizzazione di lavoro. Fatta con le opportune norme, cala sul sistema amministrativo della PA una organizzazione che non può essere elusa. Un’organizzazione che mette tutto in chiaro e rende visibile qualsiasi documento nella sua interezza, dalla prima all’ultima parola, in tempo reale, addirittura mentre il documento è in preparazione. Non solo, ma i documenti digitalizzati, se interoperabili, sono accessibili e visibili a molti, se non a tutti. Pensate che le pubbliche amministrazioni di tipo neo borbonico che operano in Italia siano contente? Per anni hanno bloccato la progressione dell’informatizzazione e si sono chiuse a riccio verso le “novità” creando infiniti sistemi informatici locali e chiusi. In Italia ci sono nella PA, compresa la sanità, migliaia di sistemi locali tutti differenti tra di loro e che non parlano tra di loro. Come si pensa di attuare l’interoperabilità se la politica non emana direttive univoche, chiare ed impositive per la PA? Tutta la PA, comprese le venti differenti sanità regionali, ciascuna delle quali opera in modo totalmente indipendente.
Veniamo ora la secondo problema, non meno importante del primo. La tecnologia. I BigData Biomedici richiedono informazioni e dati digitalizzati, strutturati e codificati e provvisti di ontologie semantiche altrimenti l’AI non funziona. Questo approccio, comune altrove, non esiste in nessun sistema informativo pubblico italiano. Le risposte che si chiedono, o si vantano, non possono derivare da sistemi informativi obsoleti e datati, contenenti dati archiviati in database relazionali locali. I data warehouse usati per compiere aggregazioni di dati a fini analitici che memorizzano i dati in tabelle di fatti e tabelle di dimensione correlate sono inadatti a definire il networking necessario che si esprime con i data base a grafi in ambienti tipo datalake. Quello che manca è la connettività esistente tra i dati, visti come nodi connessi in una rete che alla base usi dei mark up languages come il famoso HL7-CDA2. I nodi della rete non rappresentano solo dati ma anche le relazioni funzionali tra essi. La cartella clinica è un insieme di connessioni relazionali e funzionali quantitative, cioè una rete, tra il paziente, i medici e gli infermieri che lo assistono, le decisioni diagnostiche, le indagini strumentali e di laboratorio, la clinica, i farmaci, i dati “omici” relativi al paziente, ecc. L’insieme delle cartelle cliniche dei pazienti di un ospedale, definiscono le caratteristiche e la funzionalità dell’ospedale, dell’assistenza, dell’efficacia delle sue azioni cliniche, dei costi, ecc.. L’insieme integrato di tutti questi dati e informazioni deve convergere in un repository nazionale unico per ogni tipo di analisi.
Questa è la medicina che si deve implementare. FSE e diario clinico sono gli elementi essenziali, alla base di tutto. Non è solo un problema di programmazione informatica affrontabile da singole aziende, ma un problema che richiede teams con competenze multidisciplinari di natura molto diversa che in Italia non esistono ancora e, soprattutto, occorrono forti investimenti economici per acquisire e mantenere insieme queste numerose, diverse e costose competenze. Non c’è nessun progetto nel PNRR che sia stato concepito su queste basi, quindi di che medicina del futuro parliamo? La digitalizzazione della sanità non è un giocattolo per i decisori regionali e dei tanti enti sanitari. Va unificata a livello nazionale e resa uguale per tutti. Chi paga per questo grave ritardo tecnologico è il cittadino paziente e le casse dello Stato.


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