Alzheimer
15 Ottobre 2024Dalla diagnosi precoce, “che presto si potrà eseguire con un prelievo plasmatico”, alle possibilità terapeutiche “di cui alcune già arrivate negli Usa e in altri paesi”, a livello di malattia di Alzheimer c’è “ottimismo”
Dalla diagnosi precoce, “che presto si potrà eseguire con un prelievo plasmatico”, alle possibilità terapeutiche “di cui alcune già arrivate negli Usa e in altri paesi”, a livello di malattia di Alzheimer c’è “ottimismo”. Tuttavia, per affrontare il problema nella sua complessità, “bisogna cercare di muoversi con il giusto approccio, a livello di pianificazione del Servizio sanitario nazionale”. È quanto ha osservato a Sanità33 Giancarlo Logroscino, ordinario di neurologia dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro, uno dei massimi esperti di malattie neurodegenerative, in Italia.
Per quel che riguarda le terapie, “per molti anni abbiamo avuto a disposizione farmaci che sono sintomatici, ma che non incidono sul processo causale della malattia, e per questo hanno una limitata efficacia – ha spiegato l’esperto -. Con lo sviluppo di trattamenti che modificano il decorso della malattia, in primo luogo i tre anticorpi monoclonali anti-amiloide aducanumab, lecanemab e donanemab, si è riusciti, in una serie di trials clinici, ad avere dei risultati positivi” sul decorso della malattia. Sebbene questi medicinali siano stati approvati in diversi paesi, come Stati Uniti, Cina, Giappone e Regno Unito, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) “ha bocciato aducanumab e lecanemab, mentre il giudizio sul terzo anticorpo è atteso entro la fine dell’anno. Qui si configura uno scenario molto particolare – ha avvisato Logroscino – perché il rischio è non solo che i pazienti restino senza trattamenti, ma che l’Europa sia esclusa dalla sperimentazione stessa”. Una possibilità è che l’Ema torni indietro autorizzando qualcuno di questi anticorpi monoclonali per specifiche sottopopolazioni di pazienti “sulle quali il rapporto rischi-benefici è favorevole”, ha spiegato l’esperto, sottolineando che la Food and Drug Administration ha velocizzato le autorizzazioni, pur richiedendo un attento controllo nel post marketing.
Un altro fattore importante per la diffusione di queste terapie infusionali è l’organizzazione dei centri autorizzati. L’esperto ha portato come esempio gli Stati Uniti, dove “c’è un sistema di centri diffusi sul territorio per la cura della malattia di Alzheimer che sono autorizzati dai National Institutes of Health e che si occupano anche del complesso monitoraggio dei pazienti. In Italia – ha spiegato il neurologo - non esiste un sistema organizzato e l’analisi a livello di sei paesi europei ha mostrato che l’Italia è nove anni indietro rispetto all’implementazione di strutture adeguate. Tra i paesi dell’Eu, comunque, il più avanti è la Germania, che è lo stesso sei anni indietro”, ha precisato Logroscino.
Ludovico Baldessin
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