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Governo e Parlamento

06 Marzo 2023

Spid e Carta d’identità elettronica, i dubbi del Governo su costi e benefici

Il servizio pubblico di identità digitale-SPID è obsoleto e costerebbe troppo. La Carta d’Identità elettronica potrebbe rilevare i nostri dati o portare alla loro sostituzione con un meccanismo più semplice. Ad aprile 2023 scadono le convenzioni con i soggetti gestori dello Spid. E poi?


«Spegnere lo SPID e a promuovere la CIE come unica identità digitale, nazionale e gestita dallo Stato». Lo affermava a fine 2022 Alessio Butti sottosegretario al Ministero dello Sviluppo. Il servizio pubblico di identità digitale-SPID per dialogare con la pubblica amministrazione, con il quale familiarizziamo da pochissimi anni, è obsoleto e costerebbe troppo. La Carta d’Identità elettronica potrebbe rilevare i nostri dati o portare alla loro sostituzione con un meccanismo più semplice di contatto. Ad aprile 2023 scadono le convenzioni con i soggetti gestori dello Spid. O meglio, sono scadute a fine 2022, ma l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) le ha prorogate fino ad aprile. E poi? Al governo di centro-destra lo SPID appare obsoleto e costoso, macchinoso l’aggancio alla Pa con la chiave di sicurezza username-password gestita da privati: sarebbe preferibile un dialogo gestito dallo stato con un solo documento portabile, la carta d’identità elettronica-CIE, e con un'unica identità digitale nazionale IDN per ogni cittadino. I gestori intanto hanno chiesto più risorse al ministero: le spese per i servizi a 34,2 milioni di italiani e 12.674 pubbliche amministrazioni tra cui Inps e Cogeaps sono più ingenti del previsto. Le identità Spid sono cresciute nel 2022 di 6 milioni e il volume di accessi è stato oltre un miliardo: il contributo dello Stato non copre i costi. Assocertificatori, associazione che riunisce il 95% dei fornitori di servizi d’identità digitale, sarebbe disponibile ad accettare un’ulteriore proroga di alcuni mesi. Ma chiede un fondo dedicato per coprire i costi del servizio e gli investimenti in innovazione – una cinquantina di milioni di euro – sostenendo che gli enti beneficiati dallo Spid hanno risparmiato grazie a loro abbastanza da consentire alle casse pubbliche esborsi simili. Nel 2022 l’Agid aveva proposto invece un’una tantum di appena un milione di euro da spalmare tra i gestori: secondo questi ultimi coprirebbe solo i costi di aggiornamento degli operatori dei call center.

Va aggiunto che i gestori dello SPID spesso contestualmente offrono altri sistemi di accesso sicuri come la corrispondenza su posta elettronica certificata e la firma elettronica. Un disinvestimento statale potrebbe metterne in crisi alcuni. Nella lettera al sottosegretario Butti si esprime tra l’altro perplessità sulla sicurezza della CIE, in un periodo storico in cui i fabbricanti di dispositivi di pagamento disinvestono sulle carte di credito “fisiche” ed iniziano ad offrire app per le transazioni sul telefonino. Infine, si ricorda al MiSE, a fronte di un miliardo di accessi ai servizi pubblici con Spid nel 2022, che gli accessi con CIE sono stati, secondo Agid, appena 21 milioni. Senza contare che la CIE ad oggi richiede Pin, Puk e un lettore, in quanto è nel chip che sono conservati i dati.

Il quadruplice obiettivo governativo dell’IDN – semplificare ulteriormente il dialogo dei cittadini con le Pa, renderlo ancora più sicuro, aumentare i servizi digitali accessibili e risparmiare – è peraltro condiviso con altri paesi dell’Unione Europea, che con l’Italia stanno sperimentando il Digital identity wallet (Eudi), un “portafoglio” dove in prospettiva entreranno le credenziali di tutti i cittadini comunitari: in prospettiva al cittadino UE sarà possibile scaricare in pochi minuti dati da pubbliche amministrazioni italiane ed europee. Intanto, in attesa dell’EUDI, l’Europa ci finanzia sia lo SPID sia la CIE: entrambi rientrano tra i progetti di sviluppo della digitalizzazione sostenuti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.

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