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01 Dicembre 2023

Spesa privata non cresce ma crescono i divari tra i cittadini. Il rapporto Oasi

Le parole di Francesco Longo presidente del Cergas il Centro Studi e Ricerche in Economia Sanitaria della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi testimoniano la strana stagnazione della sanità italiana


«La notizia è che nel terzo paese più anziano al mondo non aumenta la spesa pubblica e nemmeno la spesa privata». Le parole di Francesco Longo presidente del Cergas il Centro Studi e Ricerche in Economia Sanitaria della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi testimoniano la strana stagnazione della sanità italiana. Il Rapporto Oasi per il 2023 attesta un numero di anziani in crescita. Di qui al 2031 saranno pagati 64 miliardi di pensioni in più, ma il finanziamento del Fondo sanitario tra ora e il 2026 cresce di 7 miliardi, meno del prodotto interno lordo. E in parallelo non cresce la domanda dei cittadini di prestazioni private, pagate di tasca loro. L’analisi di Luigi Preti, ricercatore Cergas, parla di una spesa attestata sui 41,5 miliardi, un valore molto simile ai quasi 41 miliardi del 2019, quando però era il 26% della spesa totale per la salute degli italiani (invece ora è scesa al 24%). L’ impatto della spesa dei cittadini per curarsi è inferiore a quelli registrati nel Regno Unito, come in Francia, Germania e persino Spagna e il trend è molto inferiore alla crescita tendenziale dei prezzi. Nello scorso anno falcidiato dall’inflazione, l’aumento dei consumi privati in sanità è stato del 3,5%, mezzo punto in meno rispetto al 2021, contro un aumento del 14% dei prezzi di tutti i beni di consumo. Il confronto con i 134 miliardi della spesa sanitaria pubblica, 136 tra un anno, ci dice che bene o male il servizio pubblico continua a coprirci. Ma attenzione: sempre il Rapporto Oasi ricorda che il 50% delle visite specialistiche e il 33% degli esami è pagato dagli italiani o tutt’al più dalla loro assicurazione sulla salute. Per la diagnostica, la spesa privata per visite specialistiche, che era del 42% nel 2019, è passata al 50% del totale nel 2022 mentre per gli esami si è saliti dal 26 al 33%; parallelamente è diminuito dal 43 al 38% l’accesso al Servizio sanitario per le visite e dal 37 al 32% per gli esami specialistici. E resta in diminuzione la spesa dei cittadini per prestazioni intramoenia, -7% dal 2019.

Nella spesa sanitaria privata diminuisce in questi anni post-Covid la componente dei servizi ed aumenta quella dei beni acquistati, in particolare dei farmaci. La farmaceutica privata nel ’22 fa un balzo del 7%, con picchi del 16% per l’acquisto privato di farmaci di fascia A (che di norma sarebbe il SSN a pagare) e del 14% per i medicinali da banco-Otc, mentre gli acquisti in fascia C sono cresciuti in valore dell’1,6% e gli importi dei ticket pagati sono saliti globalmente del 4,7%. Per quanto riguarda la spesa intermediata, copre 4,67 miliardi dei 41 spesi complessivamente fuori dal Ssn, 3,5 miliardi di questi sono assicurazioni sanitarie volontarie, 430 milioni di coperture di mutue non lucrative e 720 milioni di regimi di finanziamento da parte delle imprese. Le regioni del Nord hanno tassi di copertura superiori rispetto a Centro e Sud. Anche se la composizione non varia tra una regione e l’altra, le richieste degli italiani si somigliano tutte. Servirebbe posizionare meglio le assicurazioni valutando se affiancarle al Servizio sanitario come “integrative” o lasciare come ora che ne siano “sostitutive”. In conclusione, rispetto al pre-Covid la nostra spesa privata è poca e non cresce: resta in prevalenza “out of pocket”. Nei prossimi anni non sono però da escludere rapidi cambiamenti specie se la spesa pubblica sarà in declino rispetto al prodotto interno lordo.

TAG: SPESA SANITARIA

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