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29 Maggio 2023

Autonomia differenziata, i dubbi di Corte dei Conti e Ue

L’attuazione di maggiore autonomia richiesta dalle Regioni in sanità è inevitabilmente destinata ad amplificare le diseguaglianze di un Servizio sanitario nazionale avviato, peraltro, lungo la china di una privatizzazione silenziosa, fino a legittimare, normativamente e in maniera irreversibile, il divario tra Nord e Sud»


L’attuazione di maggiore autonomia richiesta dalle Regioni in sanità è inevitabilmente destinata ad amplificare le diseguaglianze di un Servizio sanitario nazionale avviato, peraltro, lungo la china di una privatizzazione silenziosa, fino a legittimare, normativamente e in maniera irreversibile, il divario tra Nord e Sud».
E questo avviene proprio mentre «il nostro Paese ha sottoscritto con l’Europa il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha l’obiettivo trasversale di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali». A parlare, in audizione in Senato, è il segretario dei medici ospedalieri di Anaao Assomed Pierino Di Silverio. La bocciatura giunge alla fine di una settimana di “no” verso il disegno di legge proposto dal senatore leghista Roberto Calderoli e votato il 2 febbraio scorso dal governo Meloni. A iniziare è stata la commissione bilancio della Corte dei Conti: in un report ricorda che portarsi in casa la gestione di 23 materie per alcune regioni significa un incremento dei loro bilanci ma per lo stato è un ridimensionamento del proprio budget. Se Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto tenessero sui propri territori il 90% del proprio gettito fiscale, come dice anche l’Agenzia di Sviluppo per il Mezzogiorno Svimez, allo stato resterebbe appena il 70% del bilancio e del fondo sanitario nazionale. Ove lo stato dovesse intervenire per colmare eventuali divari delle regioni del Sud, sottolineano quindi i magistrati contabili, si ritroverebbe soldi in meno e per di più potrebbe vedersi impedito nei suoi interventi dai vincoli di stabilità posti da Bruxelles. E qui è intervenuta la commissione europea: in un Report sottolinea come l’autonomia differenziata, nei termini appena esposti, complichi il quadro fiscale italiano. Il governo Meloni afferma che la riforma si realizzerà senza spese ulteriori a carico statale: ma davvero-si chiedono a Bruxelles– lo stato italiano non interverrebbe se vedesse le regioni del Sud impossibilitate a garantire servizi come scuola o sanità? Una contemporanea analisi della Fondazione Gimbe illustra la prospettiva che le contrattazioni regionali possano prevalere su quelle nazionali. Ciò spazzerebbe via sia i contratti collettivi nazionali sia i sindacati che li firmano. E qui si inseriscono le audizioni di due sigle nazionali. Intanto, Cgil, che si oppone a qualsiasi forma di regionalizzazione e ha già tracciato la sua “linea del Piave” sulla scuola. Quanto alla sanità, Anaao Assomed, a nome dei medici dirigenti SSN, mette a punto i rischi di ripercussioni sull’offerta di cure. Il leader Di Silverio parte dall’assunto che per evitare il colpo di grazia al SSN bisognerebbe definire i livelli essenziali delle prestazioni da garantire così da coprire i fabbisogni dei residenti di tutte le regioni.

In seno al governo opera una cabina di regia incaricata di definire i LEP entro fine anno. Ma Di Silverio ricorda da dove partiamo: il Nord è più ricco e con le tasse dà oggi allo Stato più di quanto riceve; quindi, se tenesse i soldi in casa le regioni del Sud riceveranno di meno; il Sud però conta su quote inferiore nei riparti perché è più “giovane” e la quota capitaria con cui sono finanziate le regioni cresce al crescere dell’età. La spesa sanitaria individuale già oggi è più bassa al Sud, e ne consegue quell’esodo di pazienti del Mezzogiorno in cerca di cure che ha portato le regioni del Sud a pagare 14 miliardi in 10 anni di spesa aggiuntiva agli ospedali del Settentrione. A fronte di tali dati, «non c'è alcuna chiarezza su come si finanzieranno i Leps, cioè la soglia costituzionalmente necessaria per rendere effettivi i diritti civili e sociali, in un momento in cui l'Irap è in fase di sostanziale smantellamento e l'Irpef (su cui le Regioni già impongono un'addizionale) è solo una tassa sui lavoratori dipendenti e pensionati». In secondo luogo, non sono stati fissati i prerequisiti per conseguire ulteriore autonomia, «anche Regioni in piano di rientro possono chiedere di espandere le competenze nella tutela della salute». Scarso appare il coinvolgimento del Parlamento nell’iter del ddl, «essendo le intese di fatto accordi tra esecutivi» nazionale e regionale. Certo, il Ddl Calderoli non va considerato «una sorpresa o un atto eversivo»; ma intanto in sanità si è avviata una caccia a risorse umane pagate fuori dei contratti nazionali. Intanto, tuttora, «il tetto di spesa sul personale impedisce il reclutamento per via ordinaria». Anaao-Assomed ricorda infine che ad oggi, come rilevato dalla Corte dei Conti, non si vedono evidenze «per affermare che ulteriori gradi di autonomia nelle disponibilità economiche e nella gestione delle risorse aumentino il grado di efficienza dei servizi erogati».

TAG: SANITà GOVERNO

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