malattie non trasmissibili
21 Aprile 2026Il rapporto European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations lancia l’allarme: 9 morti su 10 legate alle NCD. Senza una svolta sulla prevenzione, a rischio sostenibilità economica e welfare
Le malattie non trasmissibili (NCD) sono già oggi la principale minaccia sanitaria ed economica per l’Europa, ma il loro impatto è destinato a crescere ancora. I numeri sono netti: queste patologie sono responsabili dell’88-90% di tutti i decessi in Europa. E non si tratta solo di mortalità. Quasi una persona su tre sopra i 50 anni convive con almeno due malattie croniche, con un impatto diretto sulla qualità della vita e sulla partecipazione al lavoro. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia), che evidenzia come le NCD – tra cui malattie cardiovascolari, diabete, obesità e Alzheimer – rappresentino una pressione sempre più rilevante per i sistemi sanitari e per l’economia del continente.
Il peso economico è altrettanto rilevante. Le cinque principali malattie croniche costano già oggi circa 530 miliardi di euro l’anno, oltre il 3% del PIL europeo. Una cifra che non include i costi “invisibili”, come l’assistenza informale: solo per l’Alzheimer, nel 2019, il valore stimato superava i 200 miliardi di dollari nella regione europea. Una pressione destinata ad aumentare. Secondo la Commissione europea, la spesa pubblica sanitaria potrebbe salire dal 6,6% del PIL nel 2024 al 7,7% nel 2070. Parallelamente, l’invecchiamento della popolazione ridurrà la base produttiva: entro il 2050 ci saranno solo due persone in età lavorativa per ogni anziano, contro le tre attuali. Per il report, il problema è strutturale: i sistemi sanitari europei sono ancora organizzati secondo un modello “ospedale-centrico”, pensato per gestire emergenze e patologie acute, non per una popolazione anziana e affetta da più malattie croniche. A questo si aggiunge la frammentazione tra sanità, assistenza sociale e cure di lungo termine, che rende difficile una presa in carico continuativa.
Ma il vero nodo è la prevenzione, ancora sottoutilizzata. Se da un lato esiste attenzione sulla prevenzione primaria – stili di vita, alimentazione, attività fisica – dall’altro resta limitato l’investimento nella prevenzione secondaria, cioè nell’identificazione precoce dei fattori di rischio e delle malattie nelle fasi iniziali. Ed è proprio qui che si gioca la partita. Diagnosi tempestive e interventi precoci possono cambiare radicalmente gli esiti clinici e i costi. Lo screening del tumore del colon-retto, ad esempio, porta la sopravvivenza dal 10% negli stadi avanzati al 90% in quelli iniziali, con costi inferiori di oltre due volte. Programmi su larga scala potrebbero generare miliardi di risparmi e centinaia di migliaia di anni di vita in buona salute. Anche sul fronte delle patologie croniche più diffuse, gli investimenti mostrano ritorni economici concreti: per ogni euro speso in programmi su diabete, malattie cardiovascolari e tumore al seno, il ritorno stimato varia tra 1,1 e 4,9 euro, considerando risparmi sanitari e maggiore produttività.
Analogamente, modelli avanzati di gestione della BPCO potrebbero ridurre i ricoveri e generare risparmi fino a oltre 2 miliardi di euro. Nonostante questo, i sistemi di finanziamento restano ancorati a logiche di breve periodo. I budget sanitari annuali, spesso costruiti su tagli lineari, non tengono conto dei benefici futuri della prevenzione, che si manifestano nel tempo e anche in altri ambiti, come il welfare o le entrate fiscali. Per uscire da questo “circolo vizioso”, il rapporto propone un cambio di paradigma: pianificazione pluriennale condivisa tra sanità, finanze e politiche sociali; integrazione dei budget oggi frammentati; sperimentazione di modelli innovativi di finanziamento, come i social impact bond, capaci di sostenere investimenti iniziali con ritorni legati ai risultati di salute.
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