Alzheimer
21 Ottobre 2026Un'analisi su nove Regioni rileva differenze nell'organizzazione dei servizi e nell'accesso alla diagnostica avanzata

L'accesso alla diagnosi e all'assistenza per la malattia di Alzheimer presenta ancora differenze significative tra le Regioni italiane. Secondo un'analisi di Altems Advisory condotta su nove Regioni, gli strumenti di programmazione sanitaria sono generalmente presenti, ma la loro applicazione nei servizi resta disomogenea. A livello nazionale, soltanto due Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) su tre hanno accesso alla Pet amiloide, con percentuali che nelle Regioni esaminate variano dal 48% al 92%.
I risultati sono stati presentati il 20 ottobre alla Camera dei deputati, durante l'incontro «La malattia di Alzheimer come sfida di sanità pubblica», promosso su iniziativa di Annarita Patriarca, promotrice dell'Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l'Alzheimer. Il confronto ha preso le mosse dal documento «Alzheimer in Italia: sistemi regionali alla prova dell'innovazione diagnostico-terapeutica», realizzato da Altems Advisory.
In Italia, secondo i dati richiamati durante l'incontro, circa 700.000 persone convivono con la malattia di Alzheimer, che coinvolge anche oltre tre milioni di familiari e caregiver.
L'analisi evidenzia differenze nell'organizzazione delle reti assistenziali, nell'integrazione dei servizi, nell'utilizzo dei dati e nel sostegno ai caregiver. La disponibilità della diagnostica avanzata rappresenta uno degli aspetti più rilevanti, anche in vista dell'introduzione di nuove opportunità terapeutiche.
«L'analisi delle 9 Regioni mostra una convergenza più formale che operativa: piani, atti e progettualità ci sono quasi ovunque, ma la loro traduzione in reti stabili, dati condivisi e percorsi diagnostici standardizzati è ancora disomogenea», afferma Eugenio Di Brino, cofondatore e partner di Altems Advisory.
Il quadro si inserisce nel percorso di aggiornamento della programmazione nazionale. Il nuovo Piano nazionale demenze 2027-2031, articolato in sette aree di intervento, introduce obiettivi, azioni e indicatori misurabili per favorire il passaggio da iniziative progettuali a servizi strutturati. Tra le priorità figurano l'integrazione tra centri specialistici e territorio, il sostegno ai caregiver, la prevenzione, la diagnosi biologica precoce e lo sviluppo di sistemi informativi per valutare la qualità dell'assistenza.
L'evoluzione delle possibilità diagnostiche e terapeutiche rende inoltre necessario rafforzare l'accesso agli esami specialistici e valutare l'integrazione dei biomarcatori, compresi quelli ematici, nei percorsi clinici appropriati. L'obiettivo è individuare tempestivamente le persone che potrebbero beneficiare dei nuovi trattamenti capaci di intervenire sui meccanismi biologici della malattia.
Le criticità della rete assistenziale sono state richiamate anche da Patrizia Spadin, presidente dell'Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima). Secondo l'associazione, meno del 50% dei pazienti con diagnosi riesce a essere preso in carico dai Cdcd, mentre l'accesso alla diagnosi precoce resta concentrato in un numero limitato di centri, soprattutto nel Nord Italia.
Sul piano delle risorse, il Fondo per l'Alzheimer e le demenze ha destinato alle Regioni 33,4 milioni di euro nel triennio 2024-2026, oltre il doppio rispetto al triennio precedente. Secondo l'analisi, per rendere strutturali gli interventi avviati occorrono finanziamenti adeguati e una programmazione che superi l'orizzonte triennale.
Le priorità individuate comprendono quindi il rafforzamento del coordinamento regionale, l'aggiornamento dei percorsi diagnostico-terapeutici e la continuità assistenziale attraverso una rete integrata tra medicina generale, Cdcd e servizi sociosanitari.
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