Medicina territoriale
27 Marzo 2026Il presidente dell’Intergruppo prevenzione richiama ritardi nella riorganizzazione territoriale e indica diagnosi precoce e uniformità come priorità per le maculopatie

«Sulle case di comunità siamo ancora in ritardo e spesso prevale la dimensione strutturale su quella organizzativa». A sottolinearlo in un’intervista a Sanità33 Gian Antonio Girelli, presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla prevenzione e la riduzione del rischio alla Camera dei Deputati, commentando la recente presentazione del manifesto sulle maculopatie.
Il documento individua cinque priorità per una gestione più omogenea delle patologie oculari. Gli interventi riguardano prevenzione, accesso alle cure, modelli organizzativi e sostenibilità del sistema. Secondo Girelli, il nodo principale resta l’attuazione concreta e uniforme delle indicazioni già esistenti sul territorio nazionale.
«Non serve solo una nuova normativa, ma rendere operative in modo omogeneo le indicazioni già presenti», afferma, richiamando la necessità di tradurre in pratica linee di indirizzo che in molti casi sono già definite.
Il riferimento è alle differenze tra regioni e, all’interno delle stesse, tra aree urbane e zone interne o montane, che incidono sull’accesso ai servizi e sulla qualità dell’assistenza. Girelli richiama anche una riflessione sull’assetto complessivo del sistema sanitario. «Va superata l’idea dell’autonomia differenziata in sanità», afferma, sottolineando come un modello frammentato rischi di produrre risposte non omogenee ai bisogni dei cittadini. «Non possiamo permetterci un sistema che non dialoga e non garantisce gli stessi livelli di qualità su tutto il territorio nazionale».
Tra le priorità indicate nel manifesto, la diagnosi precoce rappresenta il punto più urgente. «Intercettare i segnali iniziali e attivare rapidamente la presa in carico significa incidere sulla qualità della vita dei pazienti», sottolinea. Il percorso deve poi proseguire con un follow-up strutturato e verificabile, evitando discontinuità nella gestione clinica.
Le criticità della medicina territoriale incidono anche sulla gestione delle maculopatie, in particolare per quanto riguarda la diagnosi precoce e l’avvio dei percorsi di presa in carico. Le case di comunità, previste come fulcro del nuovo modello assistenziale, mostrano un avanzamento disomogeneo. «In alcuni territori esisteva già una base organizzativa, in altri si è partiti da zero», osserva Girelli, segnalando come in diversi casi il cambiamento abbia riguardato più le strutture che i servizi, con il rischio di interventi limitati a una ridenominazione degli spazi senza un reale rafforzamento dell’offerta assistenziale.
Il modello richiede il coinvolgimento della medicina generale, degli specialisti e di una rete multidisciplinare che includa anche assistenti sociali, psicologi e terzo settore. «Tutto questo, nella maggior parte dei casi, non è ancora pienamente realizzato», evidenzia, richiamando la necessità di un’integrazione effettiva tra territorio e ospedale e di una presa in carico continua del paziente.
Il nodo principale resta quello delle risorse umane. «La carenza di personale, in particolare infermieristico, è il vero problema», afferma. Tra le leve indicate, la riduzione degli oneri burocratici per i medici, il rafforzamento degli organici e interventi su retribuzioni e percorsi di carriera, oltre al coinvolgimento di figure tecniche e amministrative di supporto.
Le criticità organizzative incidono anche sulle liste d’attesa. «Serve distinguere tra prime visite e controlli e programmare i percorsi», sottolinea. Garantire tempi rapidi per la prima visita e definire fin da subito il percorso di follow-up consente di evitare che i pazienti già presi in carico debbano ogni volta ripartire da zero nel sistema di prenotazione. Tra i fattori che contribuiscono ai ritardi, Girelli indica multiprenotazioni, mancata integrazione tra pubblico e privato accreditato e un utilizzo ancora limitato delle soluzioni digitali.
Un ulteriore elemento riguarda l’accesso ai servizi. «Il cittadino deve sapere dove rivolgersi», osserva, indicando nella definizione di punti di accesso chiari e riconoscibili uno degli interventi organizzativi immediatamente attuabili per ridurre la pressione sulle liste d’attesa.
Infine, Girelli mette in guardia da soluzioni semplificatorie. «Non può essere la riduzione dei tempi di visita la risposta al problema», afferma, richiamando la necessità di mantenere qualità e appropriatezza delle prestazioni.
«Non può essere il luogo in cui si vive a determinare la qualità dell’assistenza», conclude.
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