Intervista
03 Maggio 2024Dopo che la pandemia ha fatto emergere alcuni limiti relativi all’organizzazione dell’assistenza del Servizio sanitario nazionale il paese con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il decreto 77 sugli standard organizzativi della medicina territoriale ha avviato un processo di ricostruzione
Dopo che la pandemia ha fatto emergere alcuni limiti relativi all’organizzazione dell’assistenza del Servizio sanitario nazionale – troppo centrata sull’ospedale e poco su territorio, assistenza domiciliare, prevenzione – il paese con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il decreto 77 sugli standard organizzativi della medicina territoriale ha avviato un processo di ricostruzione. Obiettivo: costruire modelli organizzativi territoriali. Ma come valutare se questi modelli funzionano? Di quali dati ci si serve? Gli attuali indicatori di esito relativi alla medicina territoriale nel Piano Nazionale Esiti sono molto limitati, e implementarli è impresa complessa. È il tema chiave dell’intervista di Sanità33 a Giovanni Baglìo. Direttore dell’Unità Operativa complessa del Piano Nazionale Esiti e Rapporti Internazionali di Agenas, l’Agenzia dei Servizi sanitari regionali, Baglìo ha contribuito al Libro bianco 2030 a cura della Fondazione Roche su sostenibilità della salute nuovi equilibri tra welfare e servizio sanitario nazionale. Lo ha fatto con un articolo bene incardinato nel particolare momento storico globale: nel mondo si parla sempre più di value based health care, a livello comunitario in Europa arriva il regolamento sull’Health Technology Assessment per valutare le tecnologie sanitarie e in Italia il PNRR investe sulla digitalizzazione, anche per omogeneizzare i dati sanitari delle regioni ed usarli meglio. Nell’intervista Baglìo sottolinea pure l contributo della nuova legge 25/2022 che rilancia il Fascicolo Sanitario Elettronico ed istituisce l’ecosistema dati sanitari.
Il “goal” nel breve periodo per il SSN è garantire dati leggibili in tutti i sistemi sanitari regionali e anche fuori Italia, e univoci. Anche quelli relativi alla valutazione degli esiti ed alla lettura delle dinamiche che correlano domanda ed offerta di prestazioni così da andare a rilevare eventuali disomogeneità nell’accesso a trattamenti ed a tutelare in particolare le popolazioni più vulnerabili. Ma c’è un problema, dice Baglìo. «Non solo nelle aree rurali, ma in tutti i servizi, ovunque, siamo di fronte ad una desertificazione sanitaria che investe la dimensione della qualità. Non solo ci si deve chiedere se mancano servizi, ma anche se i servizi che funzionano sono equi, e se funzionano per tutti allo stesso modo. Utilizzando sistemi interoperabili siamo chiamati a sviluppare griglie valutative che permettano di far emergere carenze, servizi “hard to reach” lontani dall’immediatezza e dai bisogni delle persone, e far evolvere il Servizio sanitario in un’ottica realmente di prossimità». Altro tema affrontato: quale retroterra hanno i professionisti sanitari per passare dal dato alla comprensione della necessità di sviluppare interventi migliorativi. Per Baglìo, il Piano Nazionale esiti va visto come una sorta di screening. «Usa indicatori che fanno emergere sospetti di situazioni su cui intervenire, e a partire dai quali si avvia una fase di diagnosi, per capire con processi di auditing sulla qualità dei dati quanto detti indicatori abbiano evidenziato reali criticità. A valle di tutto, una volta confermata la criticità, ci dev’essere la presa in carico del problema». Che parte ancora una volta da audit clinico organizzativi dove i professionisti hanno un ruolo centrale.
Ludovico Baldessin
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