Intervista
14 Febbraio 2024 Telemedicina e lavoro in team sono due aspetti della presa in carico del paziente cronico, e in particolare del paziente diabetico, da considerare non più futuribili ma connessi al presente. Lo spiega a Sanita33 Riccardo Candido, Presidente Associazione Medici Diabetologi
Telemedicina e lavoro in team sono due aspetti della presa in carico del paziente cronico, e in particolare del paziente diabetico, da considerare non più futuribili ma connessi al presente. Lo spiega a Sanita33 Riccardo Candido, Presidente Associazione Medici Diabetologi (AMD). Associato di Endocrinologia all’Università degli Studi di Trieste, Candido confida nelle riforme sottese dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e dal Decreto Ministeriale 77 per rivedere la presa in carico dei pazienti cronici, che oggi assorbe i tre quarti delle risorse della sanità italiana. «L’invecchiamento e l’ampliamento del gap socio-economico nella popolazione hanno portato ad un aumento importante delle malattie croniche», spiega Candido. «In Italia su 4,5 milioni di malati di diabete almeno un terzo non sa di averlo. La presa in carico è difficile, e in media solo un terzo dei pazienti ha accesso alle strutture specialistiche e si sottopone a screening periodici delle complicanze». Il PNRR e il DM77 con l’integrazione ospedale-territorio nelle nuove strutture come le case di comunità, e la telemedicina, «offrono soluzioni ad alcune criticità nella gestione del diabete che è un po’ il paradigma delle cronicità e multicronicità. Ma oggi il 10% della popolazione ha più patologie croniche e queste ultime presentano il maggior impatto sulla spesa sanitaria ed assistenziale. È necessario un intervento multidisciplinare e multiprofessionale in ottica di team e di rete, che coniughi attività in ambito ospedaliero e territoriale», continua Candido. «Il territorio va popolato di figure specialistiche che devono collaborare non come singoli ma come team di cura (con discipline mediche, infermieri, dietista, podologo, psicologo) per fare fronte alle esigenze. Sia che sul territorio agiscano team ospedalieri sia che vi siano consolidati team territoriali, è fondamentale che siano specialistici, competenti ed integrati con la rete delle cure primarie: medici di medicina generale, distretti, case di comunità. Solo così si riuscirà a dare risposte efficaci ed eque».
«Per mettere a terra questa “vision" –continua Candido, che a Trieste è Responsabile del Servizio di Diabetologia del Dipartimento Specialistico Territoriale dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina – occorre sviluppare anche le piattaforme di telemedicina che connettono i professionisti. Il teleconsulto evita che il multicronico faccia il "viaggio di Ulisse": una settimana la visita dal cardiologo, un’altra quella dal diabetologo, un’altra ancora il nefrologo. Va identificato un case manager prevalente che si connetta alle figure specialistiche e sia in grado poi di fornire a fine percorso referti mutidisciplinari». In materia di informatizzazione del dato, la diabetologia come specialità si è distinta particolarmente, anche per il lavoro svolto da società scientifiche come AMD nella compilazione degli Annali. Si tratta di pubblicazioni periodiche che dal 2006 consentono di valutare annualmente i profili assistenziali dei pazienti con diabete 1 e tipo 2 seguiti nei servizi di diabetologia italiani. «Questi dati ci consentono di fotografare la qualità dell’assistenza nelle strutture e di porre in atto strategie di miglioramento, anche in ottica multidisciplinarità. Il nostro apporto può essere dedicato non solo al paziente diabetico ma al multicronico in generale, e può contribuire a tarare al meglio gli aspetti organizzativi e le strategie per una presa in carico nella quale andrebbero, tra l’altro, coinvolti anche gli operatori del sociale».
Ludovico Baldessin
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