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22 Aprile 2025

Liste attesa, Schillaci: non siamo in guerra, ma i cittadini devono essere curati nei tempi giusti

Il confronto tra Governo e Regioni sulle liste d’attesa si fa sempre più serrato, dopo il mancato accordo sul decreto attuativo che disciplina i poteri sostitutivi dello Stato in caso di inadempienze regionali


ministro schillaci

Il confronto tra Governo e Regioni sulle liste d’attesa si fa sempre più serrato, dopo il mancato accordo sul decreto attuativo che disciplina i poteri sostitutivi dello Stato in caso di inadempienze regionali. “Non siamo in guerra”, ha chiarito il ministro della Salute Orazio Schillaci in un’intervista al Corriere della Sera. “È un confronto istituzionale su un tema delicato. L’obiettivo non è punire, ma garantire ai cittadini il diritto alle cure nei tempi indicati”.

La rottura dell’intesa, arrivata dopo cinque mesi di interlocuzioni, è stata definita un’occasione persa dal Ministero, che in una nota ufficiale ha espresso “rammarico per la decisione delle Regioni” e ha precisato che le osservazioni inviate sono state recepite “con leale spirito di confronto e collaborazione”​.

Il decreto, ha ricordato il ministro, è già legge dello Stato. “Ora si tratta di renderlo operativo. Le liste chiuse, i tempi lunghissimi che scompaiono pagando, le disponibilità che magicamente emergono davanti alle telecamere non sono più tollerabili”. Per Schillaci il punto non è la legge, ma “chi non la applica”. Citando i dati della Corte dei conti, il ministro ha ricordato che un quarto dei fondi 2022-2024 destinati alla riduzione delle liste non è stato utilizzato. “Questo è un fatto, non un’accusa”, ha detto, ribadendo l’intenzione del Governo di procedere comunque con l’approvazione del decreto se non si troverà un’intesa: “La normativa lo consente. Ci sono 30 giorni di tempo”.

Il monitoraggio nazionale, attraverso la piattaforma Agenas, mostra un quadro “a macchia di leopardo”: alcune Regioni stanno riportando i dati in modo puntuale, altre sono ancora in fase di adeguamento. Schillaci ha citato il Lazio come esempio positivo, dove l’attesa media per alcune prestazioni si è ridotta da 42 a 9 giorni. Tuttavia, ha precisato, persistono “sacche di inefficienza” e i controlli scattano spesso solo dopo denunce o blitz mediatici.

Secondo Tonino Aceti, presidente dell’osservatorio civico Salutequità, il mancato accordo è “un’occasione persa per la leale collaborazione tra Stato e Regioni”. Aceti ha definito il decreto “un tassello centrale” della strategia del Governo, ma ha avvertito che serve un “esercizio reale e concreto” dei poteri sostitutivi. “Non basta adottare il decreto: bisogna applicarlo con continuità, andando oltre la logica della negoziazione politica con Regioni che fanno parte della stessa maggioranza”. Ha anche ricordato come, negli anni, i poteri sostitutivi siano stati utilizzati solo sul fronte economico, non su quello dell’effettiva erogazione delle cure, e ha sollecitato il Governo a mettere alla prova la propria capacità di intervenire.

Il Ministero ribadisce che i poteri sostitutivi “non sono un’ingerenza”, ma una garanzia ulteriore per tutelare il diritto alla salute dei cittadini. In gioco, sottolinea, non c’è solo un confronto tra livelli istituzionali, ma la tenuta stessa del servizio sanitario pubblico.

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