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20 Marzo 2026

Sanità digitale, cresce lo “shadow AI”: un operatore su sei usa strumenti non autorizzati

Quasi un operatore su sei usa ricorre a strumenti di intelligenza artificiale non approvati nel suo lavoro quotidiano. Sono necessari modelli di governance, formazione e adozione istituzionale basati sull’evidenza


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Un nuovo sondaggio pubblicato a gennaio 2026 da Wolters Kluwer Health fotografa una realtà che molti ospedali faticano ad ammettere: quasi un operatore sanitario su sei usa strumenti di intelligenza artificiale non autorizzati dalla propria organizzazione. 

I ricercatori hanno chiesto a più di 500 operatori sanitari, tra clinici e amministrativi, di rispondere a un questionario sull’uso dell’intelligenza artificiale durante il loro lavoro. Il 47% dei clinici e il 77% del personale amministrativo ha dichiarato di utilizzare frequentemente l’intelligenza artificiale per aumentare la propria efficienza o per rispondere ai quesiti del proprio lavoro. 
Tra i motivi più citati dai clinici che ricorrono a questi strumenti: flussi di lavoro più rapidi e funzionalità superiori rispetto a quanto offerto ufficialmente. Una quota significativa riferisce anche curiosità e sperimentazione personale. 
Il campione offre la prima finestra sistematica sul fenomeno dal lato clinico, dopo anni in cui le uniche stime provenivano da responsabili IT e società di sicurezza informatica.

Sondaggi condotti in altri contesti nazionali mostrano una tendenza analoga: nel Regno Unito, circa il 30% dei medici di medicina generale riferisce di usare strumenti come ChatGPT per documentazione, ragionamento diagnostico o opzioni terapeutiche, spesso senza formazione specifica né esplicita autorizzazione del datore di lavoro. In Italia il recente Osservatorio sanità digitale PoliMi ha stimato che il 46% dei medici di medicina generale ha fatto uso di strumenti di IA generativa, il 26% dei medici specialisti e il 19% degli infermieri, anche su mansioni operative. Il dato si colloca in un quadro nazionale in cui il 68% dei professionisti sanitari dichiara di utilizzare questi strumenti senza comunicarlo ai propri superiori.

Con shadow AI si indicano tutti gli strumenti di intelligenza artificiale utilizzati senza approvazione o supervisione istituzionale. In ambito sanitario si tratta spesso di pratiche apparentemente banali: incollare parti di una cartella clinica in un chatbot pubblico per ottenere un riassunto, usare un'app di trascrizione non certificata durante la visita, chiedere a un assistente AI di aiutare nella redazione di una lettera o di istruzioni per il paziente. Studi recenti su sistemi di trascrizione ambientale approvati hanno documentato riduzioni significative del tempo dedicato alla documentazione e cali del burnout già dopo 30 giorni di utilizzo. Eppure, dove gli strumenti ufficiali tardano ad arrivare o risultano meno efficaci, il ricorso a soluzioni non approvate e controllate continua a crescere.

Il nuovo sondaggio ha rilevato che circa il 17% ha ammesso di utilizzare strumenti di IA non approvati sul lavoro. Il dato era più alto nel personale amministrativo (19%) che su quello medico (15%). Tra i medici che utilizzavano strumenti non autorizzati, le ragioni più comuni erano flussi di lavoro più rapidi e funzionalità migliori di quelle offerte ufficialmente dall'organizzazione.

Il dato forse più sorprendente riguarda chi usa questi strumenti: non i più giovani, ma i colleghi più esperti. Tra i professionisti con meno di 5 anni di esperienza, solo il 14% aveva utilizzato strumenti di intelligenza artificiale non approvati e il 16% ha dichiarato di non aver mai utilizzato strumenti di intelligenza artificiale. Tra coloro che avevano più di 5 anni di esperienza e avevano utilizzato strumenti di intelligenza artificiale non approvati, il 42% li ha utilizzati per flussi di lavoro più rapidi, il 29% per curiosità e sperimentazione e il 23% perché fornivano funzionalità migliori rispetto alle soluzioni approvate. Tra coloro che avevano utilizzato strumenti non approvati, il 26% dei medici lo aveva fatto per curiosità o per sperimentazione, rispetto al 10% degli amministratori. Lo shadow AI, quindi, non è un fenomeno generazionale, ma, come scrivono gli autori, «una risposta trasversale alle pressioni reali della giornata lavorativa».

La strada più realistica è riconoscere che l'IA, autorizzata e non, è già una pratica di routine per molti. Il semplice richiamo a linee guida o il divieto scritto da parte delle strutture a non usare tale fenomeno, non sembra essere una soluzione efficace. La governance inizia quando l'istituzione decide come e quando adottare uno strumento. È quindi sì fondamentale comunicare le policy aziendali, ma anche attivare spazio di confronto tra professionisti e formazione specifica sull’uso dell’IA nella pratica lavorativa, per mettere in chiaro le reali necessità del personale e comunicare vantaggi e rischi dell’intelligenza artificiale attraverso dati basati sull’evidenza. Servono poi “porte d’ingresso” istituzionali e sicure all'IA e governare retroattivamente ciò che funziona: se molti clinici usano lo stesso strumento non approvato per lo stesso compito, vale la pena studiarlo, valutare alternative sicure e accompagnare attivamente la transizione.

La scelta che si trova di fronte la sanità non è "IA sì o IA no". La tecnologia è già parte dell'infrastruttura di fatto nella documentazione, nella comunicazione, nella gestione clinica, spesso senza che l'istituzione ne sia consapevole. «Ignorare lo shadow AI o fingere che possa essere bandito», concludono gli autori, «rischia ancor di più di aumentare i rischi». 

Matteo Vian

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