Ictus
15 Ottobre 2026Il Report di A.L.I.Ce. Italia Odv evidenzia le disuguaglianze nell'accesso ai percorsi di recupero dopo la stroke unit. Serve un modello organizzativo a rete per garantire il rientro all'autonomia e superare i “viaggi della speranza”

Accedere a un centro riabilitativo dopo un ictus non dovrebbe essere una questione di fortuna, ma un diritto garantito dal Servizio sanitario nazionale. Se da un lato i moderni trattamenti tempestivi dell'ictus garantiscono tassi di sopravvivenza sempre più alti, dall'altro il recupero delle funzionalità motorie, del linguaggio e dell'autonomia personale richiede un percorso riabilitativo lungo e impegnativo. È proprio questa fase, quella che inizia dopo la stroke unit, che A.l.i.ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) ha deciso di porre al centro della propria attenzione attraverso un report sulla riabilitazione ospedaliera, elaborato da Luca Giorgio, ricercatore in tenure track in Organizzazione Aziendale dell’Università Europea di Roma, presentato a Roma presso il ministero della Salute.
Marcate disuguaglianze territoriali
Il Report, che analizza l'evoluzione della riabilitazione nel periodo 2013-2024, evidenzia il ruolo centrale della riabilitazione post-ictus, un settore che nel 2024 ha registrato circa 292mila ricoveri e oltre 7,6 milioni di giornate di degenza a fronte di quasi 24mila posti letto dedicati. L'efficacia di questo percorso è dimostrata dal fatto che l'82,9% dei pazienti viene dimesso direttamente al proprio domicilio, confermando come la fase riabilitativa sia determinante per il recupero dell'autonomia e il reinserimento sociale. Nonostante questa rilevanza, il sistema risente ancora degli strascichi della pandemia: sebbene la disponibilità di posti letto sia tornata ai livelli del 2019, l'attività complessiva rimane inferiore al periodo pre-Covid, con un calo dell'8% nelle dimissioni e del 6,5% nelle giornate di degenza. La criticità più grave risiede tuttavia nelle marcate disuguaglianze territoriali. Il tasso di ospedalizzazione e la presenza di posti letto variano drasticamente da Regione a Regione, con scarti fino a quattro volte sulla disponibilità di posti e tassi di ricovero che vanno da oltre 8 per mille in Valle d'Aosta a meno di 2 per mille in Toscana. La forte concentrazione delle cure in pochi centri specializzati alimenta un'elevata mobilità sanitaria, attirando pazienti verso realtà come Lombardia, Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento a discapito delle Regioni con alta mobilità passiva.
Riappropriarsi della vita
Il tema della riabilitazione è assolutamente cruciale: oggi l'ictus può essere gestito con efficacia nella fase acuta grazie al lavoro fondamentale delle stroke unit, ma la vera sfida comincia nel periodo successivo. La fase post-acuta significa soprattutto intraprendere un percorso riabilitativo per riappropriarsi della propria vita, affrontando un cammino fatto di impegno, terapie e del sostegno prezioso di professionisti come fisiatri, fisioterapisti, logopedisti e terapisti occupazionali, che aiutano gradualmente il cervello e il corpo a recuperare la migliore qualità di vita possibile. “L'accesso a queste cure non può essere affidato al caso o alla fortuna di trovarsi nel posto giusto, ma richiede la creazione di un sistema chiaro, trasparente e strutturato in collaborazione con tutte le istituzioni. Come associazione continueremo a batterci con determinazione per questo obiettivo, perché garantire la riabilitazione significa garantire la vita”, ha affermato Andrea Vianello, presidente di Alice Italia Odv.
Il rientro a casa
Tramite le campagne di comunicazione e gli screening aperti ai cittadini Alice Italia Odv da trenta anni cerca di diffondere le informazioni necessarie per prevenire l’ictus. In particolare, con l’iniziativa “Fast Heroes” l’organizzazione porta nelle scuole italiane la conoscenza dei segnali a cui fare attenzione per richiedere soccorso. Attraverso il report invece i promotori cercano di spostare il focus sulla fase post-ictus, un ambito che presenta ancora criticità sostanziali. “Se durante l'evento acuto i pazienti trovano una presa in carico strutturata pur con differenze regionali legate alla presenza più o meno capillare delle stroke unit, il vero punto critico si manifesta al momento del rientro a casa. Ritornare al proprio domicilio non significa essere guariti: occorre proseguire il percorso di recupero per consentire alla persona di riappropriarsi della propria vita, della quotidianità e dell'attività lavorativa, un aspetto ancora più cruciale se si considera il progressivo aumento dei casi tra la popolazione giovanile”, ha precisato Nicoletta Reale, past president di Alice Italia Odv.
Mancanza di un modello organizzativo davvero strutturato
Il rapporto sottolinea marcate disparità tra le diverse regioni italiane, sia nell'offerta dei posti letto sia nella potenziale domanda espressa dai tassi di ospedalizzazione. A questo scenario si aggiunge la complessa dinamica della mobilità sanitaria, un problema storico del nostro Paese che impatta in modo significativo anche sul settore della riabilitazione ospedaliera. “Al di là delle differenze territoriali, l'elemento più critico emerso dall'analisi dei dati è la mancanza di un modello organizzativo davvero strutturato”, ha commentato il professor Giorgio. Mentre le patologie che generano il bisogno di riabilitazione sono spesso gestite con percorsi ben definiti e standardizzati nella fase acuta, come nel caso dell'ictus attraverso le stroke unit e i relativi Pdta, l'attenzione e la pianificazione sembrano venir meno nella fase successiva, accentuando così i divari assistenziali. Il messaggio principale di questo lavoro è dunque la necessità prioritaria di investire nell'organizzazione e nella governance del sistema. “Gli standard di cura da soli non bastano: occorre implementare modelli organizzativi a rete e strumenti di standardizzazione diffusi”, ha aggiunto.
Dialogo aperto e un equilibrio costante
Il percorso di riabilitazione si fonda sull'adozione di un approccio multidisciplinare orientato alla centralità della persona e alla cura del paziente. L'efficacia della riabilitazione ad alta specializzazione dipende dalla sinergia tra figure diverse. Per trasferire concretamente questo modello integrato nella pratica clinica è necessario favorire un dialogo aperto e un equilibrio costante non solo tra i medici, ma con tutte le società scientifiche e le associazioni professionali del settore. “L'integrazione delle neurotecnologie rappresenta una leva strategica fondamentale. L'impiego di soluzioni avanzate, come la stimolazione cerebrale non invasiva, le interfacce cervello-computer (BCI), la realtà virtuale, la robotica e i dispositivi indossabili, arricchisce il percorso terapeutico e permette di ottenere risultati clinici migliori in tempi più brevi. Inoltre, l'innovazione tecnologica contribuisce all'efficientamento energetico, al contenimento dei costi e all'ottimizzazione dell'uso delle risorse”, ha spiegato Giacomo Koch, ordinario dell’Università di Ferrara, vice-direttore scientifico e direttore del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale della Fondazione Life Irccs Santa Lucia di Roma.
Applicare i Pdta
Di superare un paradigma consolidato, partendo dal presupposto che la riabilitazione non può più limitarsi al solo rispetto dei Pdta ha parlato Maria Gigliola Rosignoli, direttore sanitario Irccs Ics Maugeri. “Sappiamo bene che i percorsi esistono e che la maggior parte delle Regioni li ha recepiti formalmente, ma conosciamo altrettanto bene le immense difficoltà operative nell'applicarli negli istituti. Questa complessità nasce dall'esigenza di integrare l'approccio multidisciplinare: un concetto essenziale che rappresenta l'unica vera condizione per accompagnare efficacemente i pazienti lungo l'intero percorso di cura. È fondamentale restituire alla riabilitazione un ruolo centrale e prospettico, specialmente in una fase storica in cui il Servizio sanitario nazionale versa in gravi difficoltà finanziarie”.
Il sostegno alle famiglie
Anche le associazioni dei pazienti svolgono un ruolo importante nella rete che deve svilupparsi intorno al paziente. In primo luogo, danno le informazioni alle famiglie, spiegano i percorsi e creano alleanze. “Purtroppo i cosiddetti ‘viaggi della speranza’ esistono ancora oggi, soprattutto dove mancano le strutture e le dimissioni avvengono direttamente verso il domicilio, anche quando la persona avrebbe ancora bisogno di riabilitazione”, ha testimoniato Ivana Cannoni, presidente dell'associazione A.tra.c.to. Onlus - Associazione traumi cranici toscani e vicepresidente della Federazione nazionale. “Una buona riabilitazione ospedaliera va intensificata, superando la tendenza a considerarla la ‘Cenerentola’ della medicina. Creare un'alleanza preventiva e intervenire tempestivamente permette di offrire risposte efficaci sul territorio e di contenere i costi futuri: se una persona viene riabilitata adeguatamente e riduce la propria invalidità grave, può eventualmente rientrare nel mondo del lavoro o riacquistare un'autonomia tali da non gravare interamente sul sistema sanitario”.
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