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Malattie croniche

16 Settembre 2025

Malattie cutanee croniche, Apiafco: pazienti esclusi dal Piano nazionale della cronicità

Psoriasi, artrite psoriasica, dermatite atopica e vitiligine: malattie diverse per origine e terapia, ma accomunate dalla cronicità, dalle recidive e da un forte impatto sociale e psicologico. Nonostante ciò, restano escluse dal Piano nazionale della cronicità


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Psoriasi, artrite psoriasica, dermatite atopica e vitiligine: in Italia sono oltre 5,2 milioni le persone che convivono con queste patologie infiammatorie cutanee croniche. Malattie diverse per origine e terapia, ma accomunate dalla cronicità, dalle recidive e da un forte impatto sociale e psicologico. Nonostante ciò, restano escluse dal Piano nazionale della cronicità.

A denunciarlo è Apiafco – Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza, che ha deciso di estendere il proprio impegno anche a dermatite atopica e vitiligine, oltre alle patologie per cui era nata nel 2017.

“Quando ci si presenta ai tavoli decisionali con 5,2 milioni di malati, si può avere la pretesa di farsi ascoltare” sottolinea la presidente Valeria Corazza. “Queste malattie non sono leggere: possono essere devastanti, specie se colpiscono aree visibili come viso e mani o zone intime. Dietro quelle che qualcuno definisce “due macchioline” ci sono persone che soffrono e hanno diritto a una presa in carico adeguata”.

Secondo Apiafco, la mancata inclusione nel Piano nazionale rappresenta un’ingiustizia: “Sono patologie croniche con importanti comorbidità, che già di per sé rientrano nel Piano. È inspiegabile che queste ne restino fuori”, prosegue Corazza.

L’associazione richiama l’urgenza di percorsi multidisciplinari: non significa concentrare più specialisti in un’unica visita, ma favorire un dialogo strutturato tra dermatologi e altri clinici per garantire una visione complessiva del paziente.

Sul fronte dell’advocacy, Apiafco rinnova il proprio impegno: “Non siamo questuanti – conclude Corazza –. Contribuiamo al servizio sanitario e chiediamo di essere presi in considerazione. Perché se non si muore di queste malattie, non è giusto nemmeno condannare chi ne soffre a una vita da cani”.

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