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01 Febbraio 2024

Ricerca e servizi sociosanitari. Bisogna investire per sostenere l’impatto dell’invecchiamento

È possibile sostenere una ricerca che cresce in un paese che invecchia rapidamente? Se lo chiedono i protagonisti dell’incontro a Roma “2030 La sostenibilità della salute Nuovi equilibri tra dati welfare e Ssn”, co-autori dell’omonimo libro edito da Edra


Ricerca e servizi sociosanitari. Bisogna investire per sostenere l’impatto dell’invecchiamento

È possibile sostenere una ricerca che cresce in un paese che invecchia rapidamente? Se lo chiedono i protagonisti dell’incontro a Roma “2030 La sostenibilità della salute Nuovi equilibri tra dati welfare e Ssn”, co-autori dell’omonimo libro edito da Edra. Per capire il senso di un volume dedicato alla sostenibilità (edito esattamente ad un anno da un altro volume a più voci sui “dati”), si parte dalle parole del contributor Francesco Longo, presidente del Cergas di Università Bocconi: «Da qui al 2025 si prevede un aumento di 69 miliardi della spesa per le pensioni, a fronte del quale la spesa sanitaria è prevista crescere 2 miliardi all’anno: il finanziamento del servizio sanitario nazionale è destinato a rimanere entro il 6,5% del Pil, che significa un 50% in meno di risorse rispetto ai principali paesi UE». Intanto, come sottolinea Monsignor Guido Paglia, Presidente della Pontificia Accademia sulla Vita ed artefice della legge sulla disabilità in arrivo, «per la prima volta nel mondo emerge un popolo di milioni di anziani per sostenere i quali non esiste un pensiero adeguato». E ci sono i pazienti cronici, gli acuti, i disabili giovani. Impossibile curare tutti? Il testo tenta una strada: evitare di trattare in modo solo economicistico o solo clinico o solo giuridico le connessioni tra il diritto alla salute e l’uso efficiente delle risorse. «Non è solo la sostenibilità economica a doverci preoccupare», sottolinea Carla Collicelli di Asvis Alleanza per lo sviluppo sostenibile. «Prevenzione e salute vanno tenute presenti in tutte le politiche di governo, con attenzione al concetto di one-health, salute globale, e puntando su una ricerca trasversale tra discipline». Collicelli non usa condizionali. «Siamo a metà dell’agenda Onu 2030, e siamo in ritardo: si fatica a far capire a politica ed istituzioni che il modo di procedere deve cambiare».



La scarsità di risorse - L’accesso alle cure resta il problema in evidenza. Francesco Saverio Mennini Direttore Ceis Tor Vergata spiega come non necessariamente la spesa sanitaria italiana debba allinearsi all’inflazione per consentirlo. «Per farmaci e device rimborsati nel 2023 i prezzi erano contrattati e il SSN ha risparmiato; gli stessi farmaci non rimborsati a giugno 2023 erano cresciuti 1,5% in un anno; il costo del personale è regolato dai contratti; sull’energia ci sono stati interventi del governo. Nel 2024 sono state previste risorse aggiuntive». L’efficienza però non basta, servono una programmazione basata su un piano sanitario nazionale, che manca dal 2006, e l’Health technology assessment come soluzione a molte lentezze. «Per le autorizzazioni di nuovi farmaci in Italia attendiamo di media 430 giorni, siamo indietro con i tempi d’accesso. In merito, un nuovo regolamento europeo rende l’HTA obbligatorio per gli stati membri UE come è in Canada ed altre realtà avanzate. Serve poi una strategia sull’accesso ai dati al sistema paese». Ci torniamo a breve. 



Ricerca come investimento - «Quando si tratta di salute si pensa prevalentemente al risparmio di risorse. Invece ci sono costi immediati pur elevati - quali la terapia genica - che nel lungo termine sono profittevoli per i servizi sanitari. Ma vanno riletti come investimenti, non ha senso ascriverli alla spesa corrente», spiega Fausto Massimino DG Fondazione Roche. E Anna Maria Porrini Country Medical Director Roche conferma come sia un errore considerare la ricerca come costo. «Un progetto da noi avviato al Policlinico Gemelli e al Papa Giovanni XXIII di Bergamo consente di stimare i costi evitati dal SSN grazie ad attività di ricerca clinica profit: per ogni euro investito dallo sponsor la sanità ha un effetto positivo pari a oltre due euro; i pazienti accedono a terapie innovative, il paese cresce in quantità e qualità dell’occupazione. Altro errore, pensare che tra pubblico e privato ci sia conflitto di interessi. La pandemia ci ha aiutato a sviluppare l’idea che invece una partnership è possibile, e consente un più rapido accesso a terapie determinanti».  Concorda Giovanni Scambia Direttore Scientifico Policlinico Gemelli: «In quali campi la partnership pubblico privato può aiutare a sviluppare brevetti con le aziende e il paese a crescere? Dobbiamo capire che tra fare buona ricerca e buona clinica non c’è differenza. Parlerei di digitalizzazione, strutturazione del rapporto ospedale-territorio, gestione razionale delle risorse informatiche». 



Sperimentazioni al palo - Sempre in tema di ricerca, dal 2019, anno della Brexit, la normativa italiana tollera tanti comitati etici, come spiega l’avvocato Agostino Migone de Amicis, del Centro di coordinamento nazionale dei comitati. «Il principio dei regolamenti UE 536/2014 sulle sperimentazioni e 745-746 sui dispositivi medici è che un comitato unico per il paese dovrebbe dare un parere unico. Fuori dal campo dei trial farmacologici, tuttora, accade invece che un qualsiasi comitato possa dichiarare il titolo per valutare ad esempio studi retrospettivi». Ragionare in termini di sostenibilità significa anche investire in prevenzione. Spiega Roberta Siliquini presidente dei Medici igienisti SITI: «Servono risorse, organizzazione e governance, e mezzi per valutare l’efficacia delle attività svolte. Molti dati essenziali alla ricerca sulle fragilità sono inutilizzabili perché l’applicazione italiana del regolamento UE sulla privacy non ci consente di analizzarli. Andrebbero inoltre normate ora le soluzioni di intelligenza artificiale, la governance della telemedicina, la reingegnerizzazione dei percorsi di cura».

Il nodo privacy - Anche per Luca De Angelis (DG Nuove Tecnologie Emergenti al Ministero Imprese) l’uso dei dati è indispensabile per un’industria italiana competitiva accanto alla necessità di far crescere ricerca e personale qualificato. Proprio sui dati il professor Giuseppe Franco Ferrari ordinario diritto costituzionale UniBocconi aggiunge che, oltre a mancare, quando ci sono non vengono considerati: «È stato un errore non aggiornare il piano pandemico, non pensare a misure di rallentamento dei pensionamenti di sanitari in pandemia. È un errore consentire posti di specializzazione in branche di minore interesse per il Ssn, o l’esodo di sanitari dovuto ai contratti differiti». Stare tutti a un tavolo richiede sacrifici. Lo sottolinea Carlo Riccini Direttore Centro Studi Farmindustria, che evoca non solo la volontà dell’industria di mettersi al servizio delle istituzioni in cambio di riconoscimenti attesi (c’è il riferimento al nuovo regolamento europeo che in alcuni casi intacca il diritto di proprietà intellettuale), ma anche la convenienza per i cittadini ad agevolare un uso secondario dei propri dati personali per sostenere lo sviluppo.



Chiude Maria Pia Garavaglia, Presidente Fondazione Roche: «Oggi non parliamo solo di SSN. Ragionare in termini di bilanci fa perdere di vista anche il perché ci curiamo, il perché siamo paese. Un paese dove abbiamo tre entità anagrafiche che non si parlano – Salute, Lavoro, Interni – e ventuno sistemi che applicano diversamente tra loro le politiche per la salute. Ma dietro i servizi sappiamo che c’è una pluralità di attori. Una residenza sanitaria dipende da regione, comune, privati, nonché da sanitario e sociale. Sulla compartecipazione doverosa di questi attori si gioca il nostro futuro». 



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